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giovedì 24 settembre 2009

C'era una volta un principe giallo...



Oggi è successa una cosa un po’ strana, che mi ha fatto riflettere.
Sì, ci ho riflettuto mentre mi cambiavo, mentre tornavo a casa, mentre aprivo il portone e poi la porta di casa.
Mentre accendevo la luce e mentre posavo la borsa.
Mentre tutto il mondo era impegnato nella propria quotidianità.
Mentre.

Allegra: Vuoi colorare un disegno?

Bambina: Sì…me lo dai?

Allegra: Certo…guarda un po’ cosa ti faccio vedere…ci sono le principesse, c’è la sirenetta, Biancaneve…dimmi quale vuoi…

Bambina: Mi dai Cenerentola?

Allegra: Eccola qui…

Bambina: Sì…ma come la coloro?

Allegra: Come vuoi colorarla?

Bambina: Non lo so…forse rosa?

Allegra: Rosa!

La bambina mi guarda…

Allegra: Vuoi cambiare colore?

Bambina: No…ma il principe come lo faccio?

Allegra: Beh…lo facciamo azzurro?

Bambina: No azzurro no…il principe azzurro non esiste me lo dice sempre la mia mamma.

Istintivamente guardo la mamma seduta poco distante. Sulle sue labbra si disegna un triste sorriso.


Allegra: E allora io direi di farlo giallo, che dici?

Bambina: Sì giallo mi piace. Cenerentola azzurra e il principe giallo!

Mentre tutto il mondo è immerso nella propria quotidianità, io continuo a pensare.

“Il principe azzurro non esiste me lo dice sempre la mia mamma”.

Quando a volte mi capita di pensare alla mia infanzia, mi vengono in mente le fiabe che adoravo tanto guardare e leggere, quelle in cui la principessa veniva salvata dal suo principe azzurro con il cavallo bianco.
Non m’importava del dopo…ero contenta semplicemente perché loro “sarebbero vissuti felici e contenti”.
Ero contenta di guardare il mondo che era contento.
Ero contenta di sapere che due persone erano felici e contente.
Ero contenta di crederci.
E la mia mamma era contenta di vedermi contenta.
Poi si cresce e si imparano tante cose…ma questa è un’altra storia.
Perché quella bambina non ha voluto colorare il principe con l’azzurro?
Perché non può credere che esiste il principe azzurro?
Nella mia mente gli occhi della bambina s’incrociano con il sorriso triste della mamma.
E con la mancanza di un padre. E di un marito.
Accendo la TV. C’è il telegiornale.
A Bologna una madre uccide i suoi due figli, di sei e cinque anni. E poi si toglie la vita.
“Era depressa perché il marito l’aveva lasciata. Aveva 34 anni”.
Spengo il televisore e ripenso al principe colorato di giallo appeso ad una parete bianca.
Ripenso alle favole e al bisogno di crederci o non crederci ancora.
Ripenso al mondo, all’amore, ai principi azzurri e gialli.
Ripenso a tutto ciò che accade nella nostra quotidianità e mi chiedo quale sia la risposta giusta per tutto.
Se un giorno avrò una figlia e lei mi chiedesse di raccontarle una favola…perché non dovrei raccontarle che può esistere un principe azzurro?
Perché non dovrei sperare per lei un futuro migliore?
Perché non dovremmo credere senza falsificare la realtà?
Avrei voluto dire qualcosa a quella mamma oggi.
Ma non l’ho fatto…perché dovevo stare nel mio ruolo.
Non conosco la sua storia.
Ma conosco quegli occhi e quel sorriso.
E soprattutto la mano di quella bambina che colorava un principe di giallo.
Il colore del sole, della luce, della speranza, dell’allegria.
Non abbiamo bisogno di inventarci la realtà, ma spesso la fantasia e la speranza hanno bisogno di incontrarsi come due linee curve che formano un cerchio perfetto.
Le fiabe sono importanti. Tanto quanto la realtà.
Basta saperle equilibrare…soprattutto con i bambini.
Perché loro non c’entrano niente con le nostre sofferenze, con i nostri sbagli e con gli sbagli di un principe giallo.
Le fiabe sono importanti per immedesimarsi, per confrontarsi con la ‘cattiveria’, e anche per credere (e sperare) che nella vita possa esistere il lieto fine.Attraverso l’identificazione con l’eroe della fiaba, ci viene trasmessa la speranza che i problemi siano risolvibili, che esista sempre la possibilità di un cambiamento e che “il prossimo” esista, per salvarci.La fiaba ci infonde quel coraggio di cui abbiamo bisogno per non restare ancorati al passato e andare incontro ad un futuro pieno di speranza e allegria.
Il posto delle favole
Le favole dove stanno?
Ce n’è una in ogni cosa:nel legno, nel tavolino,nel bicchiere, nella rosa...
La favola sta lì dentro da tanto tempo, e non parla:è una bella addormentata e bisogna svegliarla..Ma se un principe, o un poeta,a baciarla non verrà
Invano la sua favola aspetterà.
Gianni Rodari

Perché dovremmo smettere di crederci?

giovedì 16 luglio 2009

Voce del verbo aspettare


C’erano una volta Attesa e Ritorno.
Una leggenda narra che le anime degli innamorati vivono nel firmamento in un unico spirito per poi separarsi alla nascita, aspettando d’incontrarsi nel cammino della vita per formare nuovamente un’anima sola.
Così accadde ad Attesa e Ritorno.
Attesa non era simpatica a molti, ma nonostante questo tutti l’avevano incontrata almeno una volta nella vita, essendo lei spesso presente soprattutto nei momenti importanti.
Ritorno, invece, era sempre accolto da tutti con benevolenza, sempre ammirato e corteggiato.
Le dimore di Attesa e Ritorno erano situate su due punti distanti perfettamente posizionati ai due estremi di una lunga strada.
Tutte le volte che Attesa cercava una scorciatoia per raggiungere la dimora di Ritorno, la strada sembrava allungarsi ancora di più.
Ogni notte Attesa accendeva una stella, per dare luce al suo cammino e per segnare le sue tappe.
Si amavano, l’uno non poteva esistere senza l’altro.
Si nutrivano a vicenda: Attesa viveva di Ritorno, Ritorno viveva di Attesa.
Prima di dividersi, Ritorno le chiese:
tu mi ami, vero?
Attesa lo guardò e non rispose.
Ritorno continuò:
te lo leggo negli occhi.
Allora Attesa disse:
se mi leggi questo, saprai anche che ogni stella che accendo per te ogni notte è la mia vita che metto nelle tue mani, che diventa più breve mano mano che ti avvicini.
Ritorno rispose:
è per questo che vivi ed io vivo, perché è solo quando ti guarderò di nuovo tu sarai mia e noi due saremo una cosa sola.
Giorno dopo giorno, nel corso degli anni Attesa passò le sue notti ad accendere le stelle, una diversa in ogni notte, finchè in una di queste, provata da sé stessa, decise che avrebbe abbassato lo sguardo e che sarebbe andata via.
Proprio in quel momento, nel buio della notte, si accese una stella che allungò le sue cinque punte fino a quando non si staccarono una ad una.
Attesa spalancò gli occhi e vide il nero della notte tingersi di cinque splendenti bagliori formando cinque parole: “ Attesa non andartene via. Ritorno.”