
Abbiamo bisogno di dare alle cose il proprio nome.
Se mangiamo il pane, abbiamo bisogno di sapere che quello è pane.
Se prendiamo una macchina, che quella è una macchina.
Se ci confidiamo con un amico, che quello è un amico.
Quando un bambino impara a parlare, apprende che quello si chiama tavolo, quello albero, quello pupazzo.
E quelli si chiamano mamma e papà.
Così facendo, impara anche a riconoscere le cose che lui chiama con il loro nome.
E apprende che se chiami, il più delle volte, loro rispondono.
Quando poi quel bambino cresce, capisce che anche i sentimenti hanno un nome: si chiamano amore, amicizia, risentimento, speranza, illusione, gioia, paura.
Sono quelli che ha imparato dalla vita, dentro e fuori dalla famiglia e, non di meno, dentro e fuori da se stesso.
Ma quando, diventando uomini e donne, non riusciamo a dare un nome a quello che proviamo, è come se volessimo mettere in un angolo quei sentimenti e i momenti vissuti che ci legano ad essi, come a coprirli con un telone bianco, come si fa con i mobili che vogliamo conservare, in attesa di ritornare ad abitarli.
La casa fatta di quei mobili rimane sempre la nostra, anche se sono coperti e anche se non è proprio come noi desideravamo che fosse: anche se non ha la scala a chiocciola, la porta scorrevole, la cucina con l'isola, il giardino e la staccionata bianca.
Per il solo fatto che l'abbiamo abitata e la abitiamo ancora, è nostra, perché un pezzetto di noi finisce sempre nelle cose che viviamo, sia che ci appartengano e sia che appartengano a chi ha sfiorato la nostra vita, anche e solo per un attimo.
Così come quei sentimenti senza nome, che tanto ci fanno paura, perché non sappiamo come chiamarli e loro, non sanno come risponderci, lasciandoci in un tempo che abbiamo imparato a chiamare in nostro soccorso sin da piccoli, quando cadevamo a terra e ci sbucciavamo un ginocchio urlando a nostra madre di venirci incontro, perché quella sbucciatura bruciava troppo: è proprio in quei momenti che abbiamo imparato a chiamare quel tempo attesa e a comprendere il suo valore.
Aspettare.
Che qualcuno venga in nostro aiuto, ci prenda in braccio e ci sussurri: non è niente, non avere paura, ora passa tutto.
Ma quando qualcosa ci brucia dentro e non sappiamo come chiamarla per poi vivere nell'attesa che ci risponda, la paura non passa e diventa parte di noi.
Per questo abbiamo bisogno di dare un nome, perché quelle sono le cose che restano: i sentimenti come le persone e come i momenti vissuti, come i sogni e come i ricordi.
E' questa la pasta di cui è fatta la vita.
E abbiamo bisogno di poterla chiamare, tutta intera, per riconoscerla nostra e di nessun altro.
In un esercizio dei miei laboratori di scrittura espressiva, chiedo a chi partecipa di dare un titolo alla propria vita, che sappia contenere il valore e l'unicità della stessa.
Quando veniamo al mondo, qualcuno ci assegna un nome che noi ci portiamo addosso fino alla fine dei nostri giorni, anche nei ricordi di chi ci sfiora e nelle vite di chi rimane dopo di noi.
Ma anche la nostra vita ha bisogno di essere chiamata per darci la possibilità di vivere nell'attesa che lei ci risponda e ci dica: non è niente, non avere paura, ora passa tutto.
Perché la vita è come una madre: ci ama anche quando sbaglia e quando siamo noi a farlo, e perdona tutte le nostre fughe, anche se non lo ammette o noi non lo ammettiamo.
Per questo abbiamo bisogno di chiamarla e di riconoscerla: senza, saremmo orfani senza sapere di esserlo.
E avremmo paura, senza sapere cosa sia questa paura.

