martedì 4 gennaio 2011

Pensierino della sera...


"Dai parole al dolore.

Il dolore che non parla sussurra al cuore oppresso,

e gli ordina di spezzarsi."


William Shakespeare

sabato 1 gennaio 2011

Così vai via...


E così, in punta di piedi, se n'è andato anche questo anno.
Se n'è andato come un gentiluomo che entra per la prima volta in una casa sconusciuta e che, al momento del saluto, lascia un omaggio portandosi addosso l'odore di quella dimora.
Con il cilindro in testa e un inchino inaspettato.
Se n'è andato con le sue domande senza risposta, con i suoi amori disperati e con quelli appena nati, con i traguardi raggiunti e quelli mai sognati, con le sue rincorse e i suoi momenti di attesa, con le sue allegrie e le sue disperazioni.
Se n'è andato per chi in lui è nato o è morto, per chi ha amato e per chi invece ha rinunciato a farlo, per chi si è ammalato e per chi è guarito, per chi ha sognato e per chi ha dimenticato cosa significhi farlo, per chi ha ucciso e per chi ha dato la vita, per chi ha rubato e per chi ha pagato con la propria vita la libertà degli altri, per chi ha cantato e per chi è rimasto in silenzio, per chi ha sbagliato e per chi ha deciso di non commettere più gli stessi errori, per chi ha ballato e per chi continua a farlo nel cuore senza usare le gambe, per chi ha creduto e per chi ha paura di farlo, per chi ha raccontato la vita e per chi si è rifiutato di ascoltare, per chi ha ascoltato e per chi invece ha solo sentito, per chi ha sopreso e per chi è rimasto sorpreso.
Se n'è andato, socchiudendo la porta, lasciandoci la scia di un profumo che sentiremo addosso per sempre.
"Ci sono cose che volano: gli uccelli, le ore, i calabroni. Ma di quelle non m'importa. E poi ci sono le cose che restano: il dolore, il profilo di un monte, l'eterno" - scriveva Emily Dickinson.
Io aggiungerei la speranza.
Di nascere ogni giorno, di amare ogni giorno, di guarire ogni giorno, di sognare ogni giorno, di crescere ogni giorno, di ringraziare ogni giorno, di dare la vita ogni giorno, di cantare ogni giorno, di dare la libertà ogni giorno, di ballare ogni giorno, di raccontare ogni giorno, di ascoltare ogni giorno, di soprendere ogni giorno.
La speranza che una ragazzina di 15 anni riposi finalmente in pace e che un'altra di 13 possa, felice, essere riportata a casa.
La speranza che se anche la terra trema, l'uomo sia capace di costruire sicure fondamenta e che se è invece il cuore a tremare, sia capace di non vederlo distruggere in macerie.
La speranza di una cultura che non deve morire e di una bellezza che non può scomparire.
La speranza di un viaggio sicuro, che nonostante le tempeste, sappia condurre a destinazione.
La speranza di una realtà che vive e non di un reality che appare.
La speranza di custodire sempre la speranza di poter cambiare.
E allora auguratelo davvero, questo nuovo anno.
Ma che queste due parole non siano pronunciate sillabando un'abitudine, ma credendoci davvero.
Come se il vostro "buon anno" sia un portafortuna per chi lo riceve, un amuleto che non dimenticheranno mai di portare con loro e che, se anche lo facessero, tornerebbero indietro a riprenderselo, come fa una persona che vive da sola con le chiavi di casa.
Perché un augurio vuol dire: io spero il meglio per te. E ci credo davvero.
Abbiamo bisogno di sapere che nel mondo ci sia qualcuno, almeno uno, che creda in noi.
Allora ditelo "buon anno."
Gridatelo, sussuratelo, scrivetelo, digitatelo, disegnatelo, ballatelo, cantatelo, gesticolatelo, regalatelo.
Ma dettatelo con il cuore, affinché possa essere davvero un nuovo inizio.
Da qualsiasi prospettiva voi siate, lo sapete, "non si vede bene che con il cuore."
Ecco perché mi viene voglia di sperare.
Perché si comincia sempre dal cuore.

martedì 28 dicembre 2010

La vita che non si perde


L'eternità non ci appartiene.
Siamo solo capaci di trasformarla in tempo.
Tempo per il tempo, tempo per gli altri, tempo per fare o pensare infinite cose, tempo per sfogliare giornate come fossero pagine bianche e volerle riempire, tempo per sentire l'odore di quello stesso bianco e vederlo colorarsi di un sorriso.
Tempo per capire o fare i conti con noi stessi guardando alla vita come quadro di un tempo prezioso da vivere...senza perdere tempo.

Trentuno ragazze.
Trentuno speranze, trentuno lotte, trentuno disperazioni, trentuno volontà di non mollare, trentuno "basta con questa vita ho chiuso", trentuno scuse da chiedere senza volerlo, trentuno tunnel senza lo sguardo della luce, trentuno luci dopo lunghi tunnel isolati, trentuno rimpianti, trentuno sofferenze, trentuno solitudini, trentuno vuoti, trentuno forze, trentuno "ma io ce la posso fare", trentuno "non sopporto più questa vita", trentuno "ma io la voglio questa vita", trentuno cuori, trentuno grida, trentuno amori, trentuno vite.
Trentuno ragazze. Trentuno anime speciali.
"Will this year be as we whish? No, it will be as we want!" - è il titolo del loro calendario realizzato per l'anno 2011 ormai alle porte.
Ogni pagina corrisponde ad un giorno, come è indicato dal numero in alto. Nella parte inferiore c'è l'elenco dei mesi e ad ogni mese corrisponde un giorno della settimana, che è il giorno in cui cade il numero riportato in alto.
E in ciascuna pagina è fotografato il loro volto accanto ad una frase da loro scelta che racconta in un tocco la loro vita.
Ho sempre pensato alle parole come chiodi che si fissano ad una parete: per quanto possiamo levarle via e nascondere la fenditura che hanno provocato, rimarrà sempre il segno.
Alcune di queste parole arrivano dritte all'anima: perché ogni persona che incontriamo nella nostra vita è un dono e un messaggio e quello che lascia non sarà mai perduto.
Ho appeso questo calendario nella mia stanza, ma soprattutto nel mio cuore.
Perché ho un sogno.
Sogno di vedere sempre quei sorrisi, non solo sulla carta, ma nelle pagine di ogni giorno.
Perché sogno che l'anoressia si sbricioli e diventi polvere da levare via.
Come se qualcuno avesse il coraggio di dirle: non ho tempo per te.

L'eternità ci appartiene.
Perché possiamo trasformarla in tempo da vivere.
Che non sarà mai perduto.
Il 2011 è alle porte: come volete che sia, questo nuovo anno?
Vi auguro di viverlo con l'insegnamento che la forza di queste trentuno ragazze e di tante altre che affrontano questa malattia, ci regalano.
Perciò voglio farvi gli auguri di buon anno insieme a loro, in un modo speciale.
Per me sarà un anno importante, figlio di scelte di vita e di strade da percorrere.
Grazie a chi lo sa già.
Ed è proprio grazie a lei che oggi sono qui a raccontare queste storie, e domani, cercherò di dare un senso alla mia vita spendendola per tutto questo.
E allora buon anno a tutti, con l'augurio che il vostro tempo sia sempre speso come un regalo per la vostra vita.
E buon anno soprattutto a voi, ragazze: grazie per il tempo che avete voluto dedicare...senza perderlo.
Perché l'anoressia e tutti i DCA, si guariscono con la vita che non si perde.
Ricordiamocelo tutti.

venerdì 24 dicembre 2010

Fammi un po' di posto...oggi che è Natale!


Sono appena arrivato, mentre tu ci sei già.
Non importa quanti anni hai, che lingua parli, in quale città ti trovi.
Ti voglio dire una cosa, anzi più di una.
Ho freddo, e so che anche tu hai freddo.
Te lo leggo nel cuore.
Perché una persona cara ti ha lasciato.
Perché devi affrontare una prova importante.
Perché stai attraversando momenti difficili.
Perché non riesci a comunicare con qualcuno.
Perché stai annegando nella solitudine e non sai come uscirne.
Perché hai paura di amare.
Perché vorresti amare e non riesci a farlo.
Perché hai perso qualcosa o qualcuno.
Perché fai fatica ad accettare la verità.
Perché il mondo ti ha deluso o pensi di averlo deluso tu.
Perché ti senti sbagliato in qualsiasi posto ti trovi.
Te lo leggo nel cuore.
Sai che non pensavo facesse così freddo in questo mondo?
Mi avevano detto di stare attento e di coprirmi, ma ho voluto sentirlo sulla pelle della mia anima.
Anche tu hai fatto la stessa cosa, lo vedo.
Sei così coperto he quasi non riesci a vedere i posti in cui potresti ripararti.
Mia mamma mi accarezza la guancia, mio padre mi guarda attento e dietro due animali cercano di scaldarmi.
Guarda lassù...che strana stella illumina il mondo!
E' talmente grande da contenere qualsiasi distanza o mancanza.
Sento già meno freddo, tu?
Dai...fammi un po' di posto, così seguiamo insieme la sua scia e magari ci porterà lontano, dove i nostri sogni si possono avverare.
Vuoi farlo insieme a me?
Te lo leggo nel cuore che ne hai bisogno.
E io ho bisogno che tu mi faccia un po' di posto, giusto un poco.
So che hai paura, ma anch'io ce l'ho, cosa credi?
Ho sempre paura di non riuscire a farti capire che voglio proprio te nella mia vita.
Non è tardi, soprattutto per amare, di qualsiasi amore si tratti.
E allora mi presento: io mi chiamo Amore, anche se tutti mi chiamano Gesù.
Forse è più facile per te riconoscermi se ti dico che mi chiamo Amore.
E soprattutto, se ti dico che puoi trovarmi dappertutto, se mi fai un po' di posto.
Anche nel freddo dell'anima.
Vuoi?
Ti lascio il tempo per pensarci, io sono qui che ti aspetto.
Ho tutta una vita davanti...sono appena nato!


Gesù Bambino


UN ALLEGRO NATALE DA ALLEGRA...

mercoledì 22 dicembre 2010

Pensierino della sera...


"E' Natale da fine ottobre. Le lucette si accendono sempre prima, mentre le persone sono sempre più intermittenti.
Io vorrei un dicembre a luci spente e con le persone accese."


Charles Bukowski

giovedì 16 dicembre 2010

Fai buon viaggio...


Proprio io.
Proprio io che delle parole (scritte) faccio il mio stile di vita, fra lavoro e passione.
Proprio io che non passa giorno senza sporcare una pagina bianca, oggi, forse, non riesco a scrivere quello che vorrei.
Un "mi mancherai" è troppo poco, un "tanto ci sentiremo" troppo banale,
un "ti ricorderò sempre" troppo melodrammatico.
Per questo ho deciso di scrivere come mi viene: di pancia, con le imposte chiuse, i capelli legati e un biscotto al cioccolato.
Di te e per te.
E allora scrivo che mi mancherai, perché la vita è fatta di momenti vissuti, e noi, li abbiamo vissuti proprio tutti.
Dal pianto al riso, dal dolore piccolo e grande alle gioie immense come ieri, dai silenzi condivisi alle chiacchierate fino alle cinque del mattino, dallo shopping rigorosamente sotto la pioggia battente alle giornate passate in casa, dalle litigate (perché ci sono state anche quelle) alle complicità che ci hanno fatto crescere e amare la vita.
Da qualche parte ho scritto che "una partenza significa aspettare."
Come quando, passando per la stazione, senti il fischio del treno e il rumore delle rotaie ti entra nella testa e nel cuore, perché per ogni persona che parte ce n'è una che rimane.
Come uno strappo.
Tu parti.
Io rimango.
Qualcuno mi ha insegnato che amore fa rima con libertà e che libertà combacia con verità e bellezza.
Tu mi hai dato tutto questo, ogni giorno di più.
Perchè ogni giorno è stato come aprire un pacco regalo senza buttare via la carta.
Quella carta mi è servita per scrivere la storia di un'amicizia che nessuno ha mai raccontato, e ad ogni pagina vorrei fare un orecchio, per ricordarmi tutto ciò che abbiamo vissuto ed imparato in tutti questi anni.
Perché c'eri tu ogni volta che c'ero io.
E c'ero io ogni volta che c'eri tu.
Ieri non è stato solo il tuo traguardo, ma anche il mio.
E la tua partenza, sarà anche la mia.
Perché un pezzetto di noi finisce sempre nel cuore delle persone che amiamo.
E le accompagna, dovunque andranno.
Una partenza significa anche ricordare e sperare.
Ricordare chi sale su quel treno portandosi dietro il rumore delle rotaie.
E sperare che quello stesso treno le riporti indietro, un giorno, con lo stesso fischio e lo stesso rumore che ti entra nella testa e nel cuore.
E allora fai buon viaggio, amica mia...e ricordati sempre che in te hai un pezzetto di me.
Non puoi non tornare...non potrei vivere senza.

domenica 12 dicembre 2010

Chiamami con il nome che mi hai dato...


Abbiamo bisogno di dare alle cose il proprio nome.
Se mangiamo il pane, abbiamo bisogno di sapere che quello è pane.
Se prendiamo una macchina, che quella è una macchina.
Se ci confidiamo con un amico, che quello è un amico.
Quando un bambino impara a parlare, apprende che quello si chiama tavolo, quello albero, quello pupazzo.
E quelli si chiamano mamma e papà.
Così facendo, impara anche a riconoscere le cose che lui chiama con il loro nome.
E apprende che se chiami, il più delle volte, loro rispondono.
Quando poi quel bambino cresce, capisce che anche i sentimenti hanno un nome: si chiamano amore, amicizia, risentimento, speranza, illusione, gioia, paura.
Sono quelli che ha imparato dalla vita, dentro e fuori dalla famiglia e, non di meno, dentro e fuori da se stesso.
Ma quando, diventando uomini e donne, non riusciamo a dare un nome a quello che proviamo, è come se volessimo mettere in un angolo quei sentimenti e i momenti vissuti che ci legano ad essi, come a coprirli con un telone bianco, come si fa con i mobili che vogliamo conservare, in attesa di ritornare ad abitarli.
La casa fatta di quei mobili rimane sempre la nostra, anche se sono coperti e anche se non è proprio come noi desideravamo che fosse: anche se non ha la scala a chiocciola, la porta scorrevole, la cucina con l'isola, il giardino e la staccionata bianca.
Per il solo fatto che l'abbiamo abitata e la abitiamo ancora, è nostra, perché un pezzetto di noi finisce sempre nelle cose che viviamo, sia che ci appartengano e sia che appartengano a chi ha sfiorato la nostra vita, anche e solo per un attimo.
Così come quei sentimenti senza nome, che tanto ci fanno paura, perché non sappiamo come chiamarli e loro, non sanno come risponderci, lasciandoci in un tempo che abbiamo imparato a chiamare in nostro soccorso sin da piccoli, quando cadevamo a terra e ci sbucciavamo un ginocchio urlando a nostra madre di venirci incontro, perché quella sbucciatura bruciava troppo: è proprio in quei momenti che abbiamo imparato a chiamare quel tempo attesa e a comprendere il suo valore.
Aspettare.
Che qualcuno venga in nostro aiuto, ci prenda in braccio e ci sussurri: non è niente, non avere paura, ora passa tutto.
Ma quando qualcosa ci brucia dentro e non sappiamo come chiamarla per poi vivere nell'attesa che ci risponda, la paura non passa e diventa parte di noi.
Per questo abbiamo bisogno di dare un nome, perché quelle sono le cose che restano: i sentimenti come le persone e come i momenti vissuti, come i sogni e come i ricordi.
E' questa la pasta di cui è fatta la vita.
E abbiamo bisogno di poterla chiamare, tutta intera, per riconoscerla nostra e di nessun altro.
In un esercizio dei miei laboratori di scrittura espressiva, chiedo a chi partecipa di dare un titolo alla propria vita, che sappia contenere il valore e l'unicità della stessa.
Quando veniamo al mondo, qualcuno ci assegna un nome che noi ci portiamo addosso fino alla fine dei nostri giorni, anche nei ricordi di chi ci sfiora e nelle vite di chi rimane dopo di noi.
Ma anche la nostra vita ha bisogno di essere chiamata per darci la possibilità di vivere nell'attesa che lei ci risponda e ci dica: non è niente, non avere paura, ora passa tutto.
Perché la vita è come una madre: ci ama anche quando sbaglia e quando siamo noi a farlo, e perdona tutte le nostre fughe, anche se non lo ammette o noi non lo ammettiamo.
Per questo abbiamo bisogno di chiamarla e di riconoscerla: senza, saremmo orfani senza sapere di esserlo.
E avremmo paura, senza sapere cosa sia questa paura.