lunedì 7 febbraio 2011

La vita al di là delle apparenze


Cinque, sei, sette, otto.
Cominciava sempre così un esercizio.
Contando, come se quel tempo confezionato in musica, chiedesse di essere addomesticato.
Non faceva differenza uno strillo dell'insegnante o un dettato nella tua mente.
Dovevi contare, altrimenti perdevi il tempo e la musicalità...e tutto riusciva sconnesso.
O meglio, non riusciva.
E così ricominciavi, anche se avevi male dappertutto.

Perché il bastone in legno della tua insegnante batteva sul parquet dell'aula in quel "cinque, sei, sette, otto" che significava ricominciare daccapo.
Quel rumore di due legni dalla forma e dal colore diversi ma così vicini nel chiederti di continuare, ritmavano la tua forza e la tua resistenza, soprattutto quando un ginocchio non era teso o il collo del piede non era inarcato alla perfezione sulle punte.


Ricordo come se fosse ieri il leggero tocco del bastone sul mio ginocchio che, volente o nolente, doveva tendersi.
E soprattutto, il rumore di quel legno scricchiolante, testimone di ore ed ore di duro lavoro.

Capita spesso di fare i conti con noi stessi, soprattutto in quei momenti in cui ci guardiamo allo specchio e non ci bastiamo più, e su di noi percepiamo il peso dei giudizi o delle opinioni che gli altri si fanno o si sono fatti sul nostro conto.

Sono quasi dieci anni che ho smesso di ballare, ma quella disciplina rigida che ha accompagnato il mio corpo in tutti quegli anni della mia crescita, è entrata a far parte di me.
La danza classica è come una religione.
E' regola, sacrificio, rigidità, disciplina.
Una disciplina che, se ti accompagna per dodici anni, è inevitabile che ti entri dentro e ti accompagni per il resto della tua vita, facendoti diventare inflessibile anche con te stessa nel tuo quotidiano.

Provate a guardare una ballerina, quando, con il suo tutù e le sue scarpette, balla in un teatro davanti ad un pubblico.
Sorride.
Non si vede il dolore, non si vede il sacrificio, non si vede la regola, non si vede l'inflessibilità.

Ma prima di salire sul palco, quella ballerina è alla sua sbarra nelle aule di una scuola di danza, con nelle orecchie l'eco del rumore del bastone della sua insegnante che ritma il "cinque, sei, sette, otto" di un nuovo inizio.
Lì si vede la disciplina che solo pochi percepiscono.
E comprendono.

Sul palco della vita, accade più o meno la stessa cosa.
Se una persona si mostra in un determinato modo, tutti la guardano così come appare.
Come quando guardi una ballerina su un palco, che danza e sorride.
E pensi di aver scoperto l'essenza.

Se poi fai lo sforzo di uscire da quel teatro e di ritrovarti in una scuola di danza, fatta di aule enormi con altrettanti enormi specchi che tutto rivelano e tutto tradiscono, percepisci cosa sia la vera essenza, anche se la ballerina è la stessa.
Ci vuole un sforzo immane per volteggiare sulle punte, lo stesso sforzo, forse, che si ha nell'affrontare la vera essenza delle persone.
Fermarsi all'apparenza significa vedere.
Attraversare quell'apparenza e cogliere il profondo, significa guardare.
Non solo negli occhi, ma nell'anima di una persona.

Non tutti sono così come appaiono: hanno bisogno soltanto di essere scoperti a poco a poco.
Perché la vita non è fatta solo di lustrini e di luci accese su un palcoscenico, ma soprattutto di un tempo che chiede di essere vissuto e che solo a pochi è concesso di vivere.
A chi ha il coraggio di sbirciare in quelle sale enormi con enormi specchi e di guardare cosa c'è dentro.

Anche se questo significa aspettare un "cinque, sei, sette, otto", prima di ricominciare.






mercoledì 2 febbraio 2011

Le risposte che contano

Domenica sera.
Chiudo la porta della mia casina e accendo la luce.
Butto la borsa sulla sedia e mi levo il giubbotto.
Poi sospiro, chiedendomi: ce la farò a fare tutto?

Lunedì sera, in treno.
La carrozza è quasi vuota.
Di fronte a me una signora sulla cinquantina.
Io studio.
Sulla copertina del mio libro c'è scritto: preparazione all'esame di stato per la professione di psicologo.
Sento addosso lo sguardo della signora e alzo gli occhi.
"Ma chi te la fa fare?" - mi chiede.
Sto per rispondere, ma non mi vengono le parole.

E il treno sta per arrivare a Firenze.

Martedì mattina.
"Pulzella, fra un po' te ne vai ma preparati che il futuro sarà duro!"
Grazie. Grazie davvero per l'incoraggiamento.
Ma temo di aver capito che la tua sensibilità si mangia e basta.

Mercoledì mattina. Cioè stamattina.
Una ragazza quattordicenne in lacrime. Non la smette più.
Guarda lui. Poi guarda lei.
Infine guarda me e mi dice: "la settimana scorsa mi hai detto che potevo stare tranquilla, hai visto invece?"
Apro e chiudo la mia penna.
"Anche tu la pensi come loro?" - continua.
Cerco di dirle qualcosa per rassicurarla.
"Anche tu! Anche tu sei come tutti gli altri, come tutti loro, anzi sei peggio, mi avevi promesso che andava tutto bene! Cattiva!"
Mi sento morire.
E vorrei piangere insieme a lei, andarle vicino, dirle che è per il suo bene.
Ma devo stare al mio posto.

Torno a casa e sospiro guardando alla finestra.
Ricordo un momento della mia adolescenza, quando non volevo tagliarmi i capelli.
Eppure ne avevano bisogno.
Erano troppo lunghi e pieni di doppie punte.
Dovevo tagliarli.
Mi avevano promesso che dopo sarebbero diventati più belli. E più forti, anche.
Ma io non ci credevo.
E in quel momento, quando la parrucchiera si mise a sforbiciare tutte le mie ciocche, la odiai con tutta me stessa.
Odiai lei, le forbici, i miei capelli, tutta la mia vita. In quel momento.
Ma poi...con il tempo, mi accorsi che quel taglio era davvero necessario.
I miei capelli diventarono più belli e più folti. E ridivennero di nuovo lunghi.
Senza quel taglio sarebbero rimasti brutti e sciupati, come tutto ciò che non si rinnova.
A volte abbiamo bisogno di tagliare qualcosa nella nostra vita, per poi, dopo un po' di tempo, vederla diventare più bella e più forte, come i capelli dopo un nuovo taglio, anche se quel momento ci sembra il più terribile da vivere.


Non sono cattiva. Loro, soprattutto, non lo sono.
Un giorno lo capirai.

"Se io potrò impedire a un cuore di spezzarsi,
se allevierò il dolore di una vita o guarirò una pena
o aiuterò un pettirosso caduto a rientrare nel nido,
non avrò vissuto invano."
Emily Dickinson

Sorrido.
Signora, forse ora sono capace di darti una risposta.

sabato 29 gennaio 2011

Come aprire gli occhi...

L'amore si lascia raccontare.
Assomiglia ad uno strappo quando stiamo sfiorando la vita degli altri con la punta delle dita.
E quando mi parlerà ricorderò stelle che io non ho visto.
Si fa verso in una poesia.
Silenzio nella distanza.
Nota in una musica.
Ricordo nel passato.
Parola in una lettera.
Tutti raccontano l'amore.
Con l'amore e dentro l'amore.
Cercando la stella che non si vede.
C'è chi lo trova e lo racconta.
C'è chi non lo trova e lo racconta.
C'è chi lo vive e lo racconta.
C'è chi lo nega e lo racconta.
In ogni tempo e in ogni luogo l'uomo ha sempre raccontato l'amore.
E' rimasto una costante nei continui cambiamenti della storia.
Ed è una costante nei continui cambiamenti della vita.
Là dove il mio pensiero tante volte andò a sorprendere il tuo sonno.
Ogni giorno cerchiamo l'amore.
E' come chiudere la porta di casa alle nostre spalle dopo una lunga giornata e sapere che c'è qualcuno che accende la luce per noi.
Qualcuno che ci racconti l'amore.
Una parola, una carezza, un bacio, un sorriso, uno sguardo.
Al di là di te, ti cerco.
Ti ho cercato.
Perché l'amore si lascia sempre raccontare.
Il segreto sta nell'avere il coraggio di farlo, senza aver paura di perdersi in quel bivio.
Proprio quel bivio che sta tra passato e presente.
Ti abbraccio per l'ultima volta, che è come aprire gli occhi.
Punto.
E a capo.
"Anna: Hai paura?
Smilzo: Sì
Anna: Di me?
Smilzo: Sì, e nessun coraggio sarà bello come questa paura."
Il giorno prima della felicità, Erri De Luca

martedì 25 gennaio 2011

Trovarsi...


La stazione è la vita in miniatura.
Vuoi o non vuoi, la vivi, per giungere alla tua meta.
Il tempo è condiviso da tutti quelli che aspettano il tuo stesso treno, da quelli che prendono un'altra direzione e da quelli che restano fermi ad attendere chi scende da una carrozza.
Ogni sguardo emana attesa, fretta, stanchezza, nostalgia, desiderio, fatica, speranza, gioia.
Di chi parte e di chi arriva.
E anche di chi resta.
Il biglietto ha sempre un prezzo. Come nella vita.
Anche se è di sola andata.
Così ti ritrovi a sperare con una ragazza che sta per affrontare un colloquio di lavoro.
Direzione: speranza.
Ti scopri divertita da due nonni che si chiedono come mai la loro nipotina di quindici anni abbia marinato la scuola.
Direzione: crescita.
Poi sorridi con una mamma che non riesce a far addormentare il suo bambino.
Direzione: serenità.
Ti chiedi come mai quel ragazzo abbia il volto così scuro da non alzare mai gli occhi.
Direzione: tristezza.
Vorresti conoscere il contenuto degli appunti di un uomo in carriera, chiedendoti come andrà la sua giornata di lavoro.
Direzione: curiosità.
Ascolti una conversazione telefonica e ti domandi di cosa, quella ragazza biondissima che sfoglia Vanity Fair, debba parlare con Enrico quella sera stessa.
Direzione: quotidianità.
E poi...poi ti chiudi nella tua solitudine, tentando di studiare perchè il tempo è prezioso, ma soprattutto, aspettando che il treno giunga a destinazione per iniziare la tua nuova avventura.
Dal finestrino riesci a scorgere pezzi di città che conosci e non conosci.
Quelle che non conosci ti proiettano sul futuro: magari un giorno le visiterai.
Quelle che conosci ti buttano addosso il passato: tutti quei ricordi scritti sulle mura di una città che continua a vivere anche se più non ti appartiene.
Anche di questo è fatta la vita.
Infine arrivi.
E rivedi gente che riparte e ritorna, in un tempo che diventa eternità perché si fa viaggiatore instancabile.
La vita non si ferma mai.
Per ogni anziano che muore c'è un bambino che nasce.
Per ogni amore che finisce ce n'è uno che inizia e che chiede di vivere.
Per ogni vita che dispera ce n'è una che spera.
Perché per ogni treno che arriva ce n'è uno che riparte.
Non importa su quale binario e non importa verso quale direzione.
Il pensiero che ti afferra mentre le rotaie stridono e le porte si aprono combacia con il titolo di una bellissima commedia di Pirandello: trovarsi.
Con chi ti aspetta, con quello che ti aspetta, con chi ti aspettava e ora non lo fa più, con quello che ti aspetti dalla vita e da te stessa.
Non importa dove e non importa quando.
Importa trovarsi.
Perché la vita non si scrive mai da soli.
Oggi lo sai più di ieri.




venerdì 14 gennaio 2011

Il cibo della mente


Ci sono blog che sono speciali, per il semplice fatto che sono gestiti da persone speciali.
Chi ama i libri e li sa raccontare sfogliando l'anima di quel bianco e nero, è una persona speciale.
Come Lily del blog "Lo scrigno di Calliope" http://www.loscrignodicalliope.blogspot.com/.


Sono stata da lei invitata a rispondere alle domande di questo questionario e lo faccio con piacere.
Quindi, fatevi un po' i fatti miei (di letteratura, s'intende!)


1)Quanti libri hai letto nel 2010? 32.

2)Quanti scrittori e quante scrittrici? 18 scrittori e 14 scrittrici.

3)Il miglior libro letto nel 2010? "Scritto col mio sangue" di Irene Vilar.

4)Il più brutto? "Tutta mio padre" di Rosa Matteucci.

5)Il libro più vecchio che hai letto nel 2010? "L'interpretazione della morte" di Jed Rubenfeld.

6)E il più recente? "La psichiatra" di Wulf Dorn.

7)Quale libro con il titolo più lungo? "Le luci nelle case degli altri" di Chiara Gamberale.

8)E quello con il titolo più corto? "Acciaio" di Silvia Avallone.

9)Quanti libri hai riletto? "Jane Eyre" di Charlotte Bronte e "Briciole" di Alessandra Arachi.

10)Quali vorresti rileggere? "Cime tempestose" di Emily Bronte.

11)I libri più letti dello stesso autore quest'anno? Quelli di David Grossman.

12)Quanti di questi libri sono stati presi in biblioteca? Nessuno.

13)Quanti libri scritti da autori italiani? 13.
14)Quanti di questi libri erano e-book? Nessuno (per cortesia. Lunga vita ai libri...quelli veri!).


Allegra è alle prese con un po' troppe cose in questo periodo, però non vi abbandona. Sarà solo un po' più latitante. Ma c'è.
Rispondete anche voi a queste domande, e magari fatemi sapere qual è stato il libro più bello che avete letto nel 2010 e qual è stato, invece, quello più brutto.



sabato 8 gennaio 2011

Come quando...


Come quando scopri che non sei più una bambina.
Ti guardi allo specchio e non ti trovi.
Ti guardi dentro e non ti trovi.
Ti guardi negli altri e non ti trovi.
La maglietta è troppo corta.
I pensieri troppo entranti.
Il mondo troppo grande.
Come quando fuori piove.
Guardi fuori e non c'è niente che non sia bagnato.
Guardi dentro e non c'è nessuno che voglia uscire.
Guardi gli altri e non c'è nessuno che non voglia aprirsi un ombrello.
Come quando qualcuno ti delude.
Lo guardi e ti domandi perché.
Ti guardi e ti domandi perché.
Guardi gli altri e ti domandi perché.
Come quando scopri che non sei più una bambina.
Non è un attimo, già ieri e l'altro ieri ancora quella maglietta era troppo corta...eppure, te ne sei accorta solo ora.
Come quando fuori piove.
Non è un attimo, già prima e già prima ancora c'era stato un lampo e poi un tuono...eppure, te ne sei accorta solo ora.
Come quando qualcuno ti delude.
Non è un attimo, già una volta e già un'altra volta ancora aveva scritto lo stesso finale...eppure, te ne sei accorta solo ora.
Ma "non finisce mica il cielo"...come quando fuori piove e non sei più una bambina.
Anche se qualcuno ti delude.

martedì 4 gennaio 2011

Pensierino della sera...


"Dai parole al dolore.

Il dolore che non parla sussurra al cuore oppresso,

e gli ordina di spezzarsi."


William Shakespeare