sabato 12 settembre 2009

I bambini: sempre e comunque


“C’era una volta un bambino. Aveva nove anni.
Si chiamava Matteo.
Viveva con i suoi genitori e due sorelle più grandi.
Quel giorno, chiuso in quella stanza grigia, attorniato da tante persone, non voleva parlare.
L’aveva fatto già troppe volte, proprio in quella stanza.
Nessuno gli aveva creduto.
E quel giorno, con il suo silenzio, regalava la conferma a chi la pretendeva.
Era tutto falso, si era inventato tutto.
Quel signore non aveva la camicia gialla.
Quel signore non era in quel giardino, ma a casa con la sua famiglia.
Quel signore non conosceva Matteo.
Non l’aveva mai visto.
“Matteo si è inventato tutto…è un bambino.
E un bambino, spesso, diventa una cosa sola con la fantasia.
Un bambino immagina e non distingue cosa sia la realtà dalla fantasia.
Magari ha visto un film in televisione, oppure ha sentito qualcosa.
Ma non è successo realmente”.
Con queste parole si concluse l’udienza.
Matteo aveva nove anni.
Nessuno gli aveva creduto.”



I bambini possiamo incontrarli dappertutto: camminando per le strade, entrando in un autobus, correndo in un parco, affacciandoci ad una finestra, facendo la fila ad un supermercato.
E’ strano come “tutti noi, o quasi,” quando vediamo un bambino cambiamo viso.
Li guardiamo e sorridiamo.
E spesso loro ricambiano il nostro sorriso.
C’è una cosa però che, nella mia piccola vita, non sono riuscita ancora a capire.
“Tutti o quasi” siamo dalla parte dei bambini e “quasi” sempre.
I bambini sono indifesi, i bambini hanno bisogno di cure, i bambini sono sorprendenti, i bambini sono vivaci, i bambini allietano il mondo, i bambini fanno sorridere.
Tutto vero.
Ma ci siamo mai chiesti cosa significhi essere dalla parte dei bambini?
Cosa significhi metterli al primo posto e donare loro la giusta importanza?
Quasi mai.
Il perché va cercato nell’adultocentrismo, di cui siamo consapevoli ed inconsapevoli al tempo stesso:perché facciamo fatica a credere ai bambini, perché “i bambini sono una cosa sola con la fantasia”, perché i bambini inventano tutto, perché i bambini a tre, cinque, dieci anni sono “capaci” di inventarsi dettagli e ricordi, e invece “non sono capaci” di dire la verità.
Siamo sicuri di tutto questo?
Io no.

"Un bambino cieco mi chiese come era fatto il sole ed io glielo spiegai, poi mi chiese come era fatto il mare ed io glielo spiegai, poi mi chiese come era fatto il mondo ed io chiudendo gli occhi e piangendo...glielo INVENTAI!"
Jim Morrison
Di bambini come Matteo ne esistono, purtroppo, tanti.
Di adulti che affermano che i “bambini s’inventano tutto”, ne esistono troppi.
Di persone che s’impegnano per proteggerli, difenderli ed essere “con verità” realmente dalla loro parte…sì, ce ne sono.
Il venti novembre del 2009 si festeggia la giornata mondiale del fanciullo.
In questa occasione il Movimento per l’Infanzia organizza nelle sedi di tutta Italia una giornata per presentare progetti, conoscenze e ricerche scientifiche per la creazione di un futuro a misura di bambino, non solo a misura di adulto.
L’infanzia è la risorsa più preziosa che abbiamo e sono i bambini i portatori di tutti quei valori che dovrebbero essere a fondamento di ogni società: bambini lo siamo stati, bambini lo siamo ancora.
Questa pagina di diario è un po’ diversa dalle altre.
Oggi vi invito ad una riflessione profonda, non solo su queste mie parole, ma su tutto quello che succede nel mondo intero, nei più nascosti ed impensabili angoli della nostra quotidianità.
Non solo sui fatti eclatanti che tanto attirano la nostra attenzione come se vivessimo nel grande fratello tutti i giorni, ma su quelle “guerre invisibili” che si consumano ai danni di un bambino.
Prima, con una violenza, in un posto qualsiasi.
Poi, con un’altra violenza, in un’aula di tribunale.
Infine, con l’ennesima violenza, nella vita di tutti i giorni.

"Un bambino cieco mi chiese come era fatto il sole ed io glielo spiegai, poi mi chiese come era fatto il mare ed io glielo spiegai, poi mi chiese come era fatto il mondo ed io chiudendo gli occhi e SORRIDENDO...glielo RACCONTAI!"
Sarà possibile, un giorno, raccontare a tutti i bambini della terra che il mondo che vorrebbero non c’è bisogno d’inventarlo… perché esiste già?
Riflettete…e se potete, partecipate alla giornata del 20 novembre nella vostra città.
E’ solo un passo, ma è già qualcosa.



sabato 5 settembre 2009

Quale sarà il tuo posto?



Non c’è un momento preciso in cui ti rendi conto di dover cambiare.
Spesso vivi frammenti di vita che ti offrono l’opportunità di guardare al mondo per scoprire quale sarà il tuo posto.
E guardando al mondo, ti ritrovi a spogliare contemporaneamente te stessa.
Capita così quando si fa un trasloco.
Sembra banale, ma non lo è.
Scatole su scatole, valigie su valigie, pacchi su pacchi.
Ricordi su ricordi.
Ogni oggetto rimanda ad un momento.
Ogni jeans ad una lezione all’università.
Ogni maglia ad un esame superato.
Ogni abito ad una serata indimenticabile.
Ogni pigiama ad una nottata passata a chiacchierare con un’amica.
Tutto finisce dentro una scatola, ed è così che quel cartone profuma di ricordi.
Un trasloco impone sempre una riflessione: sul tuo passato, sul tuo presente e sul futuro che stai cercando di costruire.
Se quelle scatole, ieri, profumavano di ricordi, oggi ne riscopri un nuovo odore.
Che sa di promessa.
Ti mancherà quel posto, inutile scuotere la testa.
Ti mancheranno quei volti, quelle voci, quei sorrisi e quegli sguardi a volte accigliati.
Ti mancheranno persino i rumori cha avevi imparato a prevedere.
Ti mancheranno le chiacchiere, le risate e il rumore di una chiave che gira nella toppa.
Ti mancheranno tutti quei cinque anni.
Il trasloco è terminato.
“Questa la butto via?” – una voce risuona fuori dalla porta.
E’ rimasta l’ultima scatola.
Vuota, ma piena di ricordi e di promesse.
Come il tuo cuore.
“No…quella la conservo”.
E sorridi, anche se nessuno sa il perché.
Potrebbe essere ingombrante, potrebbe darti fastidio, potrebbe non servirti.
Ma decidi di conservarla.
Chiudi la porta e respiri a fondo.

“ Quale sarà il mio posto?
Lo so, non mi farai fare brutta figura,
non mi farai sentire creatura che non serve a niente,
perché Tu sei fatto così:
quando ti serve una pietra per la tua costruzione,
prendi il primo ciottolo che incontri,
lo guardi con infinita tenerezza,
e lo rendi quella pietra di cui hai bisogno.
Cosa farai di questo ciottolo che sono io?
Se mi metti sotto un pavimento
che nessuno vede ma che sostiene lo splendore di uno zaffiro,
o in cima ad una cupola
che tutti vedono e ne restano abbagliati,
ha poca importanza.
Importante è trovarmi ogni giorno là
dove Tu mi metti,
senza ritardi.”
Car.A.Ballestrero

La scatola è al buio di un armadio.
Ma il tuo cuore è colmo di ricordi, di ringraziamenti e di promesse.
Non importa che tu sia lontana, non importa che si perda la quotidianità, non importa che dovrai ricominciare.
Questa è la vita che hai scelto.
E sai quale sarà il tuo posto: nella promessa di quella che sei.
Grazie a Qualcuno che sta scrivendo insieme a te le pagine della tua vita e grazie a chi ti ha dato la possibilità di essere quella che sei.
E’ stato un anno pieno di distacchi, fisici e psicologici, distacchi che ti hanno dato, ancora una volta, la possibilità di fermarti e poi di reagire.
Il tuo amico Igor della finestra di fronte, dice che il nuovo anno non inizia a gennaio, ma a settembre.
Sei d’accordo con lui.
E sei d’accordo anche con chi crede che la storia della vita non si scrive mai da soli.
Oggi lo sai più di ieri.
Perché l’odore di quella scatola è sempre con te, per ricordarti che se sei quella che sei, è anche grazie a tutte quelle persone che conservi sempre nel cuore e che per te sono un segno dell'amore di Dio.
Ed è quello il tuo posto migliore.
Un posto che non si vede e che non ha bisogno nè di mobili nè di scatole.
Ma solo di te e di loro.
Buon inizio anno…

domenica 30 agosto 2009

C'è una risposta alla paura?


Il post del 24 agosto ha suscitato molti commenti interessanti, che a loro volta hanno provocato domande interessanti.


E' bello quando non ci si accontenta delle risposte, quando si vuole scavare in profondità e non accontentarsi della superficie.


In particolare, nell'ultima parte dei commenti, c'è stato un dialogo tra un Anonimo e Allegra che è rimasto senza risposta.


Anonimo: Come si può fare quando si ha paura?

Allegra: Cercare di non vedere l'altro sempre come un nemico...e rischiare.La paura non è mai più grande di noi...

Anonimo: E come si cerca di non vedere l'altro come un nemico?Come si fa capire che la paura non è più grande di noi?

Allegra: A questa domanda nessuno può rispondere se non ognuno nella situazione in cui vive.Non c'è un "saper fare" universale...c'è solo la volontà, in quel momento, di voler legarsi a qualcuno.Costi quel che costi.Sta a noi.


Anonimo: Non mi basta come risposta...


Allegra in questi giorni è parecchio indaffarata, nel suo cervello e nella sua vita...le date una mano a rispondere all'anonimo lettore?

mercoledì 26 agosto 2009

Vedi alla voce:spontaneità

Qualche mese fa ero seduta sui banchi dell’aula 9 della facoltà di Psicologia di Firenze ad ascoltare una lezione sulla comunicazione paradossale.
Ricordo che ci fu una risata generale quando la professoressa, per mostrarci alcuni esempi di tale tipo di comunicazione, proiettò una diapositiva con su scritto:

SII SPONTANEO!

Beh…la risata ci stava. E ci stavano ancor di più i commentini tra noi colleghi.
Ma questa è un’altra storia.
Potrei elencare un’infinita serie di sinonimi quali: naturalezza, semplicità, schiettezza, franchezza, apertura, disinvoltura, scioltezza, autenticità.
Il risultato non cambia.
Credo che oggi la spontaneità sia un valore (sì, mi piace chiamarlo valore) in estinzione.
Ho come l’impressione che più si tenda verso l’evoluzione… più ci si ritrovi nell’involuzione.
L’uomo crea, l’uomo inventa, l’uomo opera trasformazioni impossibili, l’uomo formula leggi e applica sentenze, l’uomo diagnostica, l’uomo si riempie la giornata di infiniti impegni, l’uomo non è più solo uno ma centomila: sei laureato, di più; hai il dottorato di ricerca, di più; hai fatto questo master, di più; hai ottenuto questa specializzazione, di più; fai questo nella vita, non solo; fai quest’altro, ancora.
Ancora. Ancora. Ancora.
Le prime pagine dei libri di storia, ci mostrano un uomo al buio di una caverna con due pietre in mano.
Le ultime pagine, ci regalano fenomenali invenzioni capaci di superare l’impossibile.
Tra i due estremi, ci siamo noi, nella nostra quotidianità.
Ci sono le nostre piccole invenzioni, i nostri successi, i nostri traguardi, le scelte che ci fanno “grandi”.
Quando Dio creò l’uomo, lo chiamò Adamo. Fatto di terra.
Non aveva bisogno di niente, neanche di coprirsi, perché tutto era gratuito…tutto spontaneo. Come la terra.
Oggi l’uomo è diventato grande…e sembra non aver bisogno di niente.
Ma è tutto diverso.
Perché tutto non è spontaneo.
Perché ci affanniamo ad essere grandi e a raggiungere traguardi dopo traguardi…e poi ci perdiamo nelle piccole cose, non sappiamo cosa fare, non riusciamo a capirci e a capire l’altro, cerchiamo sempre di trovare le parole giuste per essere nel giusto, le parole perfette per ogni occasione, costruite a puntino per ogni persona.

“Ha detto così…vediamo un po’…cosa dico ora? Non posso dirgli così, se poi pensa colà? No aspetta, ma l’altra volta mi ha detto che…quindi è meglio dire così…però un attimo…aspetta…vediamo un po’ se gli dico questo…magari pensa quell’altro…ma ti ricordi quando disse che…dunque potrebbe darsi che se gli dico questo…già…allora sì ho deciso…gli dico QUESTO!”

“Guarda c’è Tizia! No, cambiamo strada, non so che dirle, se poi mi dice dell’altra volta, aspetta, vediamo cosa le posso dire, ci penso un attimo…bah non lo so, facciamo che la chiamo più tardi così penso un po’ a cosa dirle…o no aspetta…vediamo se la trovo su facebook in chat!Ah no…in chat no, è TROPPO IMMEDIATO, poi non ho tempo per pensare a cosa scriverle. Ho deciso: le scrivo un messaggio oppure una mail. Più tardi però.”

Sono passati alcuni mesi, ma è come se i miei occhi leggessero sempre quelle parole sulla diapositiva: SII SPONTANEO!
Paradossale come richiesta, certo, ma credo che oggi ci sia bisogno di una vera e propria iniezione di spontaneità.
Ma attenzione.
Esiste la parola “autenticità”.
Qualcuno mi ha insegnato che è l’espressione del vero sè, dell’IO, origine della vita corporea, nei suoi aspetti fisici e psichici, e che accanto al vero sé, c’è anche il falso sé…che ci permette di essere anche un po’ falsi per mantenere un buon rapporto con gli altri.
Il falso sé non ha in questi termini connotazioni negative, ma ci aiuta ad esprimere noi stessi modulando le relazioni in rapporto al contesto e allo stile di personalità degli altri; rappresenta la giusta prudenza che occorre avere nei confronti degli altri.
Dunque qualcuno potrebbe obiettare: non che io non sia spontaneo…sono semplicemente autentico!
Credo che la spontaneità non vada confusa con “il dire la prima cosa che passa per la testa a chiunque e dovunque” e l’autenticità non vada mescolata alla “totale costruzione delle parole per mascherare quello che vogliamo dire o non dire veramente”.
Esiste il giusto mezzo. Sempre.
Dunque…sì, pensare e pensare bene a cosa si dice e a chi si dice, se l’uomo è dotato di intelligenza superiore rispetto agli altri esseri viventi ,ci sarà un motivo…ma senza dimenticarci di non costruire troppo le nostre parole, senza dimenticarci che l’altro è lì ad aspettare quello che noi stiamo architettando di dire o di scrivere, senza dimenticarci che è così bello non misurare con spasmodica maniacalità le parole perché sappiamo che l’altro è lì, ed è lì per noi.
Sarebbe bello se ce ne ricordassimo ogni tanto.
La sottoscritta in primis.
L’uomo è diventato grande, ma ha bisogno di non dimenticarsi che è “fatto di terra”.
Ha bisogno di non dimenticarsi che è stato un bambino.
Ha bisogno di non dimenticarsi, che aver paura della spontaneità, è aver paura di sé stesso.
E se ha paura di sé stesso non è più né uno né centomila…ma diventa nessuno.
Non possiamo aver paura anche di essere spontanei.
Non ce lo possiamo permettere.

P.S.: Allegra per questo post non modera i commenti...SIATE SPONTANEI! (con decenza).



lunedì 24 agosto 2009

Che tu sia per me verità


I libri sono come chiodi piantati nel muro. Restano.
Anche quando provi a rimuoverli…rimane sempre un segno profondo.
Libri che compri.
Libri che leggi una volta.
Libri che leggi e rileggi.
Libri che presti.
Libri che regali.
Libri che ti fai prestare.
Libri di cui ricordi frammenti.
Libri che citi.
Libri che non dimentichi.
Libri che consigli.
Libri che assolvono il tuo passato.
Libri che rispecchiano il tuo presente.
Libri che ritrovi dopo tanti anni.

“ Come vorrei pensare a noi come a due persone che si sono fatte un’iniezione di verità, per dirla, finalmente, la verità.
Sarei felice di poter dire a me stesso:”con lei ho stillato verità”.
Sì, è questo ciò che voglio.
Voglio che tu sia per me il coltello, e anche io lo sarò per te, prometto.
Un coltello affilato, ma misericordioso”.

David Grossman, “Che tu sia per me il coltello” (p.17)

I tuoi occhi accolgono quelle parole.
Lo stesso movimento di una mano che sfiora il segno di un chiodo piantato in un muro.
Anni fa le dita della tua mano non avrebbero percorso tutte le insenature di quel segno.
Ma oggi è diverso, e non è un caso se hai ripreso proprio quel libro in mano.
Il chiodo non c’è più, ma il segno è indelebile, perché trovi il coraggio di scrostare il bianco della pittura che aveva tentato di ricoprirlo.
Qualcuno, più di duemila anni fa, prima di condannare a morte Qualcuno, chiese: che cos’è la verità?
Oggi, uno degli scrittori più in gamba, paragona il dirsi la verità ad un coltello, affilato e misericordioso.
Cosa vuol dire?
Voglio che tu sia per me il coltello.
Voglio che tu sia per me la verità che non ho mai rivelato a nessuno.
Sarebbe bello se tutti costruissimo legami così.
Sarebbe bello poter dire: “con lei ho stillato verità”.
Sarebbe bello poter dire: “sì, è questo ciò che voglio”.
Ma abbiamo paura di noi stessi, abbiamo paura di quello che gli altri possano tirar fuori da noi, abbiamo paura di rivelare noi stessi e quello che gli altri possano pensare, abbiamo paura di costruire legami perché amiamo prevedere come andrà a finire, abbiamo paura di leggere negli altri la paura, abbiamo paura di avere paura.
Anche della verità.
Sarebbe bello poter dire: “anche io lo sarò per te, prometto”.
Ma, a volte, abbiamo paura anche di sentircelo dire.
Perché il coltello fa male.
E abbiamo paura di soffrire.
Voglio che tu sia per me il coltello.
Ogni libro è un dono ed un messaggio.
Il dono è che, se il libro vale, ti induce ad una riflessione.
Il messaggio è che ti accompagna verso le giuste domande.
Voglio: desidero, ne ho bisogno, è necessario, non posso vivere senza.
Che tu sia: nessun altro, ma solo tu, con i tuoi pregi e i tuoi difetti, con quello che hai e quello che ti manca.
Per me: nessun altro, ma solo io, con i miei pregi e i miei difetti, con quello che ho e quello che mi manca.
Il coltello: penetrante da lasciarti senza respiro.
Affilato: tagliente, doloroso.

Ma: non c'è solo dolore...
Misericordioso: che mi dia la salvezza.
Il posto del chiodo è vacante. Ma il segno è visibile anche da lontano.
Il libro si chiude e lo si rimette a posto. Ma le domande restano.
Sarebbe bello se ognuno tenesse a mente queste parole e le ripetesse ad un genitore, ad un figlio, ad un fratello o ad una sorella, ad un marito o ad una moglie, ad un fidanzato o ad una fidanzata, ad un amico o ad un’amica, ad una persona con cui si vorrebbe costruire un legame.
Sarebbe bello se tutto nascesse dalla verità.
Sarebbe bello se ogni legame la sapesse raccontare.
I legami ci tengono in vita, in orizzontale e in verticale.
Sta a noi inventare il modo in cui stringerli.
E’ possibile con un coltello affilato e misericordioso?







lunedì 17 agosto 2009

Scopri l'amore e fallo conoscere al mondo...

Tante parole definiscono un solo sentimento nelle sue più disparate accezioni:
Agape, l’amore incondizionato, anche non ricambiato.
Anteros, l’amore corrisposto cui ciascuno aspira.
Eros, l’amore sessuale.
Himeros, la passione occasionale che vuole subitanea soddisfazione.
Phileo, l’amore di affetto e piacere, come tra gli amici.
Photos, il desiderio verso cui tendiamo.
Stergo, l’amore di appartenenza, come tra consanguinei.
Thelo, il piacere di fare qualcosa, il desiderio di voler fare.
L’amore è da sempre un sentimento comune a tutti.
Ne senti parlare ad una cena, se il tuo amico ti chiede un consiglio per conquistare la ragazza che finalmente gli ha stregato il cuore.
Ne senti parlare al telefono, se la tua amica soffre e vorrebbe andare via chissà dove.
Ne senti parlare di sfuggita mentre sei in bicicletta, mentre qualcuno litiga al telefono.
Lo percepisci nelle note di una melodia di un musicista troppo severo con sé stesso.
Lo leggi nelle pagine di un libro che vorresti aver scritto tu.
Lo guardi nella scena di un film che ti ricorda quanto l’amore può essere forte ed instancabile.
Lo scrivi.
Su una pagina bianca, su un post-it affisso ad una parete, su un fazzoletto nascosto in tasca, nelle pieghe più sottili del cuore.
Sensazioni, litigi, godimenti, atroci dolori dei nostri “giorno per giorno”.
Tutti da sempre desideriamo l’amore, tutti da sempre ne viviamo, tutti da sempre ne soffriamo.
L’amore è da sempre un sentimento comune a tutti.
Da sempre e per sempre.
Per ognuno di noi cambia l’oggetto della passione, ma è sempre una guerra che l’anima combatte tra il volere e il non volere, tra l’esserci ed il non esserci, tra l’egoismo e la voglia di donarsi all’altro, tra bugie e verità.
Tra amore e disamore.
L’amore è sentimento comune a tutti…per quanto, spesso, nei nostri “giorno per giorno”, ce ne dimentichiamo.
Ma l’amore è come una madre che perdona tutte le nostre fughe, e ci riaccoglie, se è vero ed autentico, a braccia aperte.

“ Se Dio ti guardasse negli occhi e ti dicesse: ti ordino di essere felice per tutta la vita… tu che cosa faresti?”
Richard Bach

Ora chiudiamo gli occhi e proviamo ad immaginarci soli, anche per un solo attimo, sul punto del mondo più distante dalla persona che amiamo, e ripensiamo al verso di questo scrittore.
Che cosa faremmo se Qualcuno ci ordinasse di essere felice?
Proviamo ad immaginarlo, e forse scopriremo, che troppo spesso ci dimentichiamo di quello di cui abbiamo davvero bisogno per essere felici.
Soprattutto… nei nostri “giorno per giorno”.

lunedì 10 agosto 2009

Nessuno tocchi l'arte!

“Non leggiamo e scriviamo poesie perché è divertente: leggiamo e scriviamo poesie perché apparteniamo alla razza umana; e la razza umana è piena di passione.La medicina, il diritto, l'economia e l'ingegneria sono nobili occupazioni, necessarie alla sopravvivenza; ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l'amore, queste sono le cose che ci tengono in vita. Citando Walt Whitman: - O me o vita, domande come questa mi perseguitano, infiniti cortei di infedeli,città gremite di stolti, che v'è di nuovo in tutto questo? O me o vita - Risposta: che tu sei qui, che la vita esiste, e l'identità; che il potente spettacolo continua e che tu puoi contribuire con un verso.Quale sarà il tuo?”

Dal film “L’attimo fuggente”


Il nuovo decreto anticrisi varato dal governo, prevede, tra gli altri, dei tagli al Fondo Unico per lo Spettacolo.
La mia ingenuità e fiducia, mi portano a sperare che qualcuno si ravveda e che la cultura non venga usata come chiave di uscita dalla crisi economica nella quale siamo caduti.
Chi va a teatro e fa teatro, chi va al cinema e fa cinema, chi scrive e chi legge, chi intona una melodia e la ascolta, chi dipinge un quadro e chi viene rapito ammirandolo, chi balla e chi guarda danzare, non perdono il loro tempo ma ne inventano uno migliore, che vive contemporaneamente nel passato, nel presente e nel futuro.
Nell’arte vive il tempo passato che prende la forma di una storia che viene scritta, rappresentata, dipinta e cantata nel tempo presente, e infine regalata al futuro di chi avrà la fortuna di rileggerla, di rivederla e di riascoltarla.
Questo blog non è una testata giornalistica, ma si unisce alla protesta di quanti credono ancora che l’arte e la cultura siano strumenti in grado di renderci liberi regalandoci la possibilità di esprimere ciò che siamo.
Probabilmente l’arte non è necessaria alla sopravvivenza del cosmo e del corpo umano…ma proviamo a pensare, anche e solo per un istante…ad un mondo senza arte.
Senza quadri.
Senza spettacoli.
Senza cinema.
Senza libri.
Senza musica.
Senza monumenti e sculture.
Senza danza.
L’uomo respirerebbe ancora, camminerebbe ancora, dormirebbe ancora, si risveglierebbe ancora, mangerebbe ancora, parlerebbe ancora.
Ci sarebbero ancora gli alberi per tenerci al riparo dal sole, le strade per lasciarci camminare, il sole per riscaldarci, la luna per sorprenderci a guardarla, il mare per poterlo ammirare, le montagne per sognare di scalarle, il mondo intero per immaginare di scoprirlo, le stelle per continuare a desiderare.
Tutto questo ci sarebbe ancora, ma senza l’arte, nessuno avrebbe la magia di raccontarlo.
L’arte è un dono che Qualcuno ha regalato al mondo attraverso gli artisti.
Ma per fare in modo che gli artisti continuino a regalarla al mondo, è necessario non operare alcun taglio.
Questa è la notte dei desideri.
Facciamo tutti in modo che le stelle abbiano ancora la possibilità di essere raccontate, rappresentate, danzate, dipinte, orchestrate in una sinfonia.
Perché senza l’arte, l’uomo non potrebbe più raccontare sé stesso.