venerdì 19 febbraio 2010

Nel tempo dell'amore...

“Lo sguardo gli cadde allora sul vaso azzurro, lì davanti a lui sulla scrivania. Era vuoto, vuoto per la prima volta dopo tanti anni nel giorno del suo compleanno. Trasalì, sgomento: fu come se, all’improvviso, una mano invisibile avesse aperto una porta e una corrente fredda fosse penetrata da un altro mondo nella quiete della sua stanza. Percepì una morte e un amore immortale: qualcosa gli si spezzò nel profondo dell’animo e, per la creatura invisibile, egli ebbe un pensiero incorporeo e appassionato come per una musica lontana”.
Termina così “Lettera di una sconosciuta” di Stefan Zweig (Adelphi).
Ho amato questo romanzo in ogni singola parola. Non c’è niente che non sia al posto e al tempo giusti.
“A te, che mai mi hai conosciuta”.
E’ questa l’intestazione di una lunga lettera, che sembra quasi un manoscritto, che R., uno scrittore, riceve nel giorno del suo compleanno.
Una lettera scritta a mano che racconta la verità di un amore immortale e a lui sempre sconosciuto.
Una lettera di una donna che lo ha amato per tutta la vita e che ha vissuto sempre con la sola speranza di essere da lui riconosciuta almeno una volta.
Ma lui, non la riconoscerà mai, nonostante gli incontri, nonostante gli sguardi, nonostante le notti insieme.
I personaggi non hanno nomi, ma “solo” un’anima.
Quella di lei, disperata e fedele.
Quella di lui, il cui “sguardo avvolge e al tempo stesso spoglia, che abbraccia e già stringe”.
E lei attende, attende invano, attende…ma lui non chiama, lui non scrive neanche un rigo.
Qualcuno ha detto che “attendere è l’infinito del verbo amare”. Questa donna lo ha fatto per tutta la vita, non rimpiangendo neanche un giorno, senza mai chiedere niente.
Solo una promessa, il cui adempimento da parte di lui, rimane ignoto.
Metterà lui delle rose bianche il giorno del suo compleanno nel vaso azzurro per tutti gli anni che verranno?
O se ne dimenticherà, così come ha dimenticato di chiamarla, di scriverle…così come ha dimenticato tutta la sua esistenza.
Spesso le promesse che chiediamo non sempre vengono mantenute, perché ancor più spesso ne facciamo richiesta senza aspettare una risposta.
Lo farò. Non lo farò. Non lo so.
Lo farà. Non lo farà. Non lo so.
Il leggerissimo rumore del libro che mi si è chiuso nelle mani nel silenzio della mia casa, ha destato un ricordo nella mia memoria.
“Guai se non ci fossero sul nostro corpo cicatrici lasciate a testimonianza dell'amore, vorrebbe dire che non abbiamo mai amato veramente nessuno, nemmeno Dio”.
Non molto tempo fa qualcuno mi disse queste parole.
Questo libro me le ha riscritte nella mente ed è come se il tempo non fosse mai passato.
Quello che stupisce, di questa lunga lettera, è l’accettazione dell’amore che basta a se stesso.
Può bastare amare senza chiedere niente in cambio?
La protagonista non se lo chiede, lo vive e basta, scoprendo e accarezzando una cicatrice che non scomparirà mai.
Perché l’amore le basta, anche se “tutti, tutti mi hanno viziata, tutti furono buoni con me, tu solo, tu solo mi hai dimenticata, tu solo, tu solo non mi hai mai riconosciuta!”
L’amore le basta, anche se molto spesso il suo sguardo gridava “riconoscimi, riconoscimi”.
Ma l’amore è anche questo, è anche guardare all’altro in attesa che lui riconosca se stesso amato.
Il protagonista del libro di Zweig non l’ha fatto.
E spesso accade, in un romanzo come nella vita, che giunge il tempo in cui tutto prenderà forma nell’incorporeo riconoscimento di qualcuno che ci ha amato senza pretendere nulla in cambio.
E non sarà mai troppo tardi. Perché l’amore non conosce il tempo fino a quando non saremo noi a rovesciare la clessidra.
Ha solo 83 pagine questo romanzo, che, staccate ad una ad una e arrotolate, entrerebbero con facilità in una bottiglia vuota.
Qualsiasi mano potrebbe gettarla in mare. Qualsiasi onda potrebbe proteggerla. Qualsiasi riva potrebbe accoglierla.
Ognuno di noi sa quale siano le pagine della propria vita da arrotolare, infilare in una bottiglia e lanciarla in mare verso una precisa meta.
Ognuno di noi sa quale sia la cicatrice da accarezzare e quale sia il momento di rovesciare la clessidra.
Arrotolare, infilare, lanciare, accarezzare, rovesciare.
Ognuno di noi sa cosa fare, perchè ognuno di noi ha la libertà di scegliere.
Qualsiasi cosa, in qualsiasi tempo.
Soprattutto nel tempo dell'amore.

sabato 13 febbraio 2010

Tu chiamami se vuoi...

Mi chiamano tristezza, quando il buio del cielo tira via tutte le stelle ad una ad una e la notte sembra essere l’unico mantello in grado di coprirmi.
Mi chiamano solitudine, quando l’ultimo granello di sabbia che scivola via dal pugno stretto di una mano, cade su una lastra di vetro ghiacciata. E rimane lì.
Mi chiamano paura, quando il vento spoglia tutti i rami di tutti gli alberi…e non soffia, anche se spazza via ogni frammento di materia.
Mi chiamano felicità, quando il cielo non è né azzurro, né grigio, né blu, né nero, né rosso, ma è proprio come io lo voglio.
Mi chiamano sorpresa, quando il respiro toglie il mio stesso respiro e la meraviglia diventa lo sguardo attraverso il quale scruto il mondo intero.
Mi chiamano rabbia, quando l’aria che respiro diventa tornado che distrugge l’essenza stessa della vita.
Mi chiamano noia, quando vedo, ascolto e percepisco solo vuoto, che poi riempio con altro vuoto, perché il vuoto sono diventata io.
Mi chiamano dolore, quando la spina di una rosa rossa ferisce la pelle, e ogni atomo del corpo sussurra all’anima di morire.
Mi chiamano timidezza, quando la gonna è troppo corta e le mie braccia troppo piccole per afferrarla e tirarla più giù.
Mi chiamano attesa, quando i rintocchi di un orologio superano in velocità i battiti del cuore, e le risposte che cerco restano solo e soltanto domande.
Tutti mi chiamano con i nomi più vari, ma io…mi chiamo EMOZIONE.
E’ la vita che spesso tira giù tutte le stelle del cielo, che non riesce a trattenere in un pugno tutti i granelli di sabbia, che spoglia i rami degli alberi, che dipinge il cielo al colore del mio desiderio, che mi toglie il respiro e mi distrugge, che mi fa male fino all’ultima goccia di sangue, che mi veste di vuoto senza riuscire a coprirmi quando voglio nascondermi, lasciandomi sola con le mie domande.
Sì, la vita spesso è una gonna troppo corta e quando il vento è freddo e soffia con prepotenza, scopri di non avere il tempo per cambiarti.
Oppure, non riesci a trovare il vestito adatto.
E rimani scoperta, nuda di te stessa.
A volte mi chiamano anche coraggio. Quando la mia pelle, seppur fragile e incolore, è il vestito che mi sta a pennello.
Io mi chiamo EMOZIONE, e c’è solo un motivo per cui sono venuta al mondo: per cambiare le vite degli altri, cambiando me stessa.

Erano in silenzio. Tutti scrivevano. O quasi.
“Ma perché bisogna scrivere sulle emozioni?” – sbottò un ragazzo qualche mese fa.
Smisero di scrivere. Io restai in silenzio, guardandoli tutti.
“Perché sono le emozioni che ci cambiano la vita” – rispose una ragazza.
Annuii e ripresero a scrivere. Lui mi guardò, ma dopo un po’ scrisse anche lui.
Cominciai a farlo anch’io, guardandoli ogni tanto nel silenzio dei loro scritti.
Così, nacque questo racconto.
I ragazzi si fanno e danno le domande e le risposte migliori, quelle che nascono dal silenzio e da un’emozione che spesso non riesce a venir fuori.
Ma esiste, e c’è sempre un tempo per raccontarla.
Trovalo anche tu.

mercoledì 10 febbraio 2010

Cronaca di una giornata senza materia grigia

Il buongiorno si vede dal mattino.

Anzi no, dalla sera prima.

Se alle ore 20:00 incontri la tua ex professoressa di Psicologia delle relazioni familiari e le dici: "buongiorno" e lei ti risponde con "buongiorno", pensi che forse c'è qualcosa che non va nel ritmo circadiano della vita degli psicologi.

Ma non ci fai caso, in fondo hai avuto una giornata difficile.

Se poi, undici ore dopo, per la seconda volta nel giro di un mese, metti il sale nel tuo latte al posto dello zucchero, ti chiedi se la materia grigia che alberga nella parte superiore del tuo corpo, esista ancora.

Ma oggi è una giornata importante...si laureano le tue amiche colleghe. E quindi il mattino è dolce lo stesso, anche senza zucchero.

Devi andare dal fioraio con la tua socia.

Arrivi prima di lei e cominci a congelarti osservando i fiori dalla vetrina.

Quando il congelamento sta per trasformarsi in ibernamento, lei arriva.

Mentre scrivi la Divina Commedia sui biglietti il fioraio confeziona al settimo cielo i bouquet, chiedendo: voi siete già laureate?

Risponde la mia socia: sì sì.

Tu pensi: ti è andata male che i nostri amici e parenti abbiano già fatto!

Uscite dal fioraio addobbate come due alberi di Natale e prendete l'autobus, incuranti della gente che vi osserva divertita.

Non possiamo mica metterci a spiegare il perchè del nostro addobbo!

Arrivate in facoltà e scorgete due ragazzi con un mazzo di volantini in mano.

Eccoci.

Mentre entrate, uno di loro si avvicina: signorina questo è per...

Hai un bouquet in una mano, la borsa a tracolla, una regalo nell'altra mano, nonchè i guanti che ti impediscono qualsiasi movimento sottile. E non hai neanche bevuto il latte con lo zucchero!

"Ma ti sembra il caso che io possa prendere il volantino?" - rispondi al tipo.

E mentre la tua socia ride, ti avvicini verso l'aula dove poche ore dopo brilleranno le stelle più belle.

Sei orgogliosa di loro e come al solito piangi. Ma è normale.

Nel pomeriggio hai un appuntamento insieme alla tua socia. Ma siete in anticipo ed è ora di pranzo.

"Dai prendiamo un panino in un posto che io conosco" - dice la tua socia.

Bene, ti fidi di lei.

Dopo pochi metri lo trovate. Ed entrate, è normale che entriate.

Dopo pochi secondi vi guardate in giro per poi, dopo un'occhiata a trecentosessanta gradi, vi ritrovate occhi negli occhi.

Tutti maschi che vi guardano.

Tutti eh, non si sbaglia.

E vi chiedete perchè vi guardano. Ok, voi siete donne e loro uomini, ma cosa c'entra?

"Ma sei sicura che questo non sia un posto per soli uomini?Ci guardano male!"- sussurri all'orecchio.

"Boh...in effetti è strano. Come lo facciamo il panino?" - risponde la tua socia.

Dopo i vari "come vuoi tu come voglio io come vuoi tu per me è uguale", si decide per prosciutto cotto.

Ma...poco prima di chiedere, optate anche per la mozzarella.

E dopo il "chiedi tu chiedo io chiedi tu per me è uguale", siccome dal fioraio hai parlato tu, parla lei.

"Lo sapete come si chiama questa?" - esordisce l'uomo dietro al bancone indicando la mozzarella.

Io sospiro. Oggi hanno proprio tutti voglia di parlare.

"Mah...sarà una mozzarella?!" - rispondi pensando "sono una donna, ma non una cretina".

"Si chiama Careggi signorina. Careggi. La fanno lì sa?" - continua lui.

Altro sospiro.

"No non lo sapevo".

Bene, adesso lo sai. La tua vita cambierà.

Mentre pagate profumatamente "due panini con careggi", l'amico dell'uomo chiede: ma c'è rimasto qualcuno a San Salvi, che ce lo portiamo?

Per la cronaca San Salvi è l'ex manicomio.

"Sì c'è qualcuno, ma ora c'è il dipartimento di psicologia" - affermi pensando "non che il tipo di soggetti al suo interno sia cambiato".

Nella fragorosa risata uscite dalla setta e rientrate nel gelo fiorentino.

E' ancora presto.

Vedete un supermercato ed entrate.

Meglio entrare che morire di freddo.

Ok, il supermercato è piccolo e voi non dovete comprare nulla. Che ci fate lì?

Appunto. Uscite, è meglio.

Individuate l'uscita mentre la tua socia cerca d'infilarsi tra una signora, il suo carrello di venti chilogrammi e la cassa posizionata obliquamente tra l'exit e lo scaffale...delle uova di Pasqua.

Sì, le uova di Pasqua.

E mentre pensi per quale assurdo motivo siete entrate lì dentro, sfiori con la più assoluta delicatezza lo scaffale delle uova di Pasqua, già sfiorato con ancor più delicatezza dalla signora davanti a te.

E succede il fattaccio.

Chiudi gli occhi in un frammento di secondi. Non vuoi guardare, preferisci immaginare. Ti piace tanto, lo sai.

Lo zucchero. Tutta colpa dello zucchero.

Le uova di Pasqua cadono a terra. Sì, proprio a terra.

La tua socia ride. Ridi anche tu perchè ormai il danno è compiuto.

Ride anche la signora.

Il commesso rimette a posto le uova e ti sorride. Almeno quello.

E' solo metà giornata e già ne hai combinate di tutte i colori.

Ma il resto scorre velocemente, passate davanti alla sede dell'appuntamento e andate oltre, sì andate oltre, anche se conoscete l'indirizzo a memoria.

"Ma siamo al 53" .

E voi avete già passato il 55. La materia griga scarseggia. Ne sei già più sicura.

Non è solo colpa dello zucchero. Te ne rendi conto?

La giornata finisce e arrivi a casa.

Prepari la cena, stavolta con gli ingredienti giusti.

Sorridi per un messaggio inaspettato.

Sorridi al ricordo della tua giornata.

Ma da domani starai più attenta a cosa metti nella tua tazza a colazione.

Oggi hai capito che è meglio non sbagliare!

"Se il mio cervello venisse trapiantato in un altro corpo, sarei ancora me stesso?"
Maret

domenica 7 febbraio 2010

La libertà sul pentagramma della vita

Ho sempre voluto imparare a suonare il pianoforte.
Ricordo che da piccola mi sedevo in un angolo e ascoltavo mio fratello strimpellare sui tasti, facendo in modo che lui non si accorgesse di me.
Sentir suonare qualcuno che pensa di essere solo, è uno spettacolo meraviglioso.
E’ come leggere uno scritto di qualcuno che decide di conservare il suo nero su bianco in un cassetto.
La meravigliosa solitudine di parole e di note.
Nero su bianco. E nero con bianco.
Non ho mai imparato a suonare il pianoforte, ma la musica l’ho sempre avuta dentro, forse perché facendo la ballerina mi sono abituata a coordinare qualsiasi passo ad una precisa nota.
E spesso, una precisa nota ad un labile ma inequivocabile pensiero.
Così come oggi.
Qualcuno suonava il pianoforte.
L’ho riconosciuto subito. Mozart.
Ricordi di un’età ormai lontana che si scontrano e si dissolvono nel qui ed ora.
La musica è fatta di accordi, di relazioni fra note.
Così come accade nella vita e nei rapporti reali.
Si è sempre in due, a prescindere dalla relazione.
Come quando suoni il pianoforte.
Se tocchi solo i tasti bianchi, la melodia c'è, ma non ha alterazioni, non ha ritmo.
Se tocchi solo i tasti neri, ci sono solo toni bassi o alti ma nessun suono piacevole.
Se invece li suoni entrambi, c'è una melodia armoniosa, perché c'è sia il suono e sia il suo ritmo...in bemolle o in diesis poi farà un'altra differenza.
Sfiorare quei tasti è come sfiorare il fondo del cuore di una persona.
Battere su quelli giusti, significa comprenderlo. Prendere con sé.
Costi quel che costi.
Le note del pianoforte si dileguano in un freddo mattino d’inverno.
Qualcuno ha smesso di suonare.
Sì…perché la musica porta sempre con sé la libertà di scegliere il tempo giusto.
Nel libro del Qoélet si racconta che c’è un tempo per ogni cosa, e spesso non ci rendiamo conto che Dio ci ha fatto il dono più grande che un uomo possa mai desiderare e soprattutto, averne bisogno.
La libertà.
Non c’è dono più grande del darla, più che del riceverla.
La libertà di donare ad ognuno il tempo di cui ha bisogno.
Il tempo per raccontarsi una bugia o una verità.
Il tempo per non dimenticarsi di guardare le stelle.
Il tempo per perdere il respiro meravigliandosi di tutte le cose belle che i giorni possono offrire.
Vorrei tanto imparare a suonare il pianoforte, soltanto per intonare il suono della libertà, per accordare il bianco con il nero ed inventare un arcobaleno di emozioni.
Ma provo solo a scrivere, e capisco che è la libertà che viene a cercarti quando scopri di aver bisogno di donarla agli altri.
C’è un tempo per imparare a suonare il pianoforte anche senza battere sul nero e il bianco di una tastiera: ed è in questo tempo, che intoni la melodia più bella.
Composta e diretta nei tuoi giorni migliori: quelli in cui scopri che basta poco per essere felici, perché conservi dentro di te la libertà che hai donato senza rivolerla mai più indietro.
Qualcuno ha ricominciato a suonare.
Io ho composto la mia sinfonia…ora, tocca a te.

venerdì 22 gennaio 2010

Allegra consiglia...

"Mi sono sempre chiesto perchè amore e sangue avessero lo stesso colore. Adesso lo so."



Amore. Amore. Amore.
E ancora amore.
“Amore che non vuole avere, ma soltanto amare”.

Beatrice, è l’amore.
Beatrice è l’amore e l’Amore.
Beatrice è “terremoto che fa cadere il corpo a pezzi”.
Beatrice è l’essenza di quel dolore che è amato e che ama.
Beatrice è il bianco che le scorre nelle vene ma è il rosso di un amore che respira mentre ti toglie il respiro.

Leo ha paura.
Leo “non è” perché ha paura anche di essere se stesso.
Leo ama Beatrice, anche “se lei ancora non lo sa”.

Silvia è tutto quello che Leo riceve quando è a occhi chiusi, anche se a lui sembra di avere sempre “un credito, che non verrà mai saldato”.

Il Sognatore è uno che “strappa la bellezza ovunque”, che non risponde alle domande con le sue parole, ma lo fa con la sua vita.

E poi c’è Leonardo. Il personaggio più bello. Che ama e si lascia amare, che non ha paura di farlo, che si pone le domande giuste e che ha imparato a scrivere “nero su bianco” la sua anima. Anzi, “rosso su bianco”.
Leonardo è se stesso.

Alessandro D’Avenia scrive un romanzo con la rara capacità di scavare profondamente nell’animo umano, di raccontare l’amore nelle più sottili pieghe del cuore e di saperlo inventare dal dolore.
Ma non solo.
Se il “coraggio è rosso” e “la paura è bianca”, questo romanzo scrive rosso su bianco il coraggio di chi vuole raccontare una scuola che esiste nel bianco invisibile del già detto, del già fatto e del troppo scontato.
Un’assenza che ricrea la presenza.
Un’insegnante che racconta ed insegna la vita sporcandosi di gelato.
Un sedicenne “che nasce il primo giorno di scuola, che cresce ed invecchia in soli duecento giorni”.
Leo che diventa Leonardo.
Il bianco che non fa più paura.

“Bianca come il latte, rossa come il sangue” è un romanzo per tutti: per gli adolescenti in cerca di sogni, per gli insegnanti in cerca di un motivo in più per girare tra i banchi di scuola durante le lezioni e non solo di sedersi su una cattedra, per chi ha bisogno di un abbraccio per levigare difetti e ferite, per chi ha paura di amare e non se ne accorge, per chi si riscopre ad amare il dolore, perché è lì che si svela il senso di una vita, per chi non si accontenta di scrivere nero su bianco e trova il coraggio di farlo con il rosso, perché così nessuno può correggere. Per chi guarda le stelle, credendo che tutto sia possibile.

Per chi crede in Dio, per custodire sempre nel cuore “il segreto per toccarLo”.
Per chi non crede in Dio, per domandarsi il perché non lo faccia.
“L’amore non esiste per renderci felici, ma per dimostrarci quanto sia forte la nostra capacità di sopportare il dolore”.
Leonardo lo ha fatto. E tu?

"Bianca come il latte, rossa come il sangue" di Alessandro D'Avenia, trentadue anni, laureato e dottorato in Lettere classiche, insegnante di lettere al Liceo, sceneggiatore. Questo è il suo primo romanzo, da oggi, 26 gennaio 2010, in tutte le librerie.

http://www.librimondadori.it/

http://www.profduepuntozero.blogspot.com/ oppure http://www.profduepuntozero.it/










mercoledì 13 gennaio 2010

Se l'uomo è piccolo...

Ci sono giorni in cui, più di tutti gli altri, qualcosa che vedi, senti, ascolti...è destinata ad entrarti dentro e a smuovere qualche riflessione.
Utile o inutile, sta alla vita deciderlo.
L'attesa di un autobus può diventare snervante quando hai un appuntamento importante e quella sagoma arancione non arriva.
Oppure, può darti la possibilità di osservare e capire cose che la sera prima stavi per dimenticare.
Ho la "fortuna" di avere la fermata dell'autobus vicino ad una scuola materna (oggi si dice scuola dell'infanzia...ma va bene lo stesso).
Ogni volta che sono lì ad aspettare, mi accorgo che non è solo la sagoma arancione che attendo, ma qualcos'altro.
I passi svelti o lenti a seconda dei capricci , gli zaini forse troppo grandi, le smorfie, i pianti, gli abbracci alla mamma, le linguacce, le corsette.
I sorrisi veri.
Tutto questo sono i bambini.
E li osservi. E sei felice.
Poi, quando tutti sono entrati e l'autobus è arrivato, vai al tuo appuntamento, che ha a che fare sempre con loro.
Poi torni a casa e fai qualcosa per loro.
Poi scrivi e pensi a loro.
E sei felice.
Felice di aver scelto di dedicare gran parte della tua vita a loro, perchè è così che il mondo gira di più.
Felice di credere che un giorno, se Qualcuno vorrà, un bambino nascerà da te e varrà più della tua stessa vita.
E sarai felice.
Felice perchè la felicità fa ciak con la verità, e la verità è solo negli occhi di un bambino.
E in quelli di chi è come un bambino.

Spesso mi capita di assistere a conversazioni strane che lasciano l'amaro nel cuore.
E ancora più spesso, mi capita di convincermi che non c'è niente di più doloroso di chi si mostra "piccolo" e in realtà, è un gigante di falsità.
L'uomo non è Dio.
L'uomo non può essere tanto grande da abbracciare il mondo, perchè se lo fa, prima o poi, qualche piccolo pezzo cade e si frantuma.
Per questo siamo in tanti e Dio è unico.
Dio può amare tutti. E riesce a farlo da solo.
L'uomo no. Ha bisogno degli altri per amare tutti, perchè se si ostina a farlo da solo, quel piccolo pezzo cade.
E se lo lascia andare per continuare ad abbracciare il mondo che gli resta, ha perso.
Perchè chi si ostina ad essere grande dimenticandosi di essere piccolo e dimenticandosi dei piccoli...ha perso.
Tutto il mondo potrà anche far finta di reggere, ma quel piccolo pezzo è caduto.

"Credi come sanno credere i bambini.
Ama come sanno amare i bambini.
Prega come sanno pregare i bambini.
Lasciati andare, come sanno lasciarsi andare i bambini"

S. Josè M. Escrivà

L'autobus è arrivato, sei in ritardo. Ma non importa.
Perchè sei felice.
Perchè se anche non riesci ad abbracciare il mondo, ogni giorno abbracci i tuoi piccoli, in qualsiasi modo.
Ed questo quello che ti rende felice.
Il resto, passa e passerà.
E chi decide di non avere una famiglia, di non veder crescere un bambino, di non sentirlo ridere, di non coccolarlo quando piange, di non accarezzarlo e osservarlo sbagliare e correggersi...non sa cosa si perde.
Si perde la possibilità che ogni uomo ha di ricordarsi il valore di essere piccoli.
Non ostinandosi ad abbracciare il mondo, ma cercando in tutti i modi di non lasciar frantumare quel piccolo pezzo.

martedì 12 gennaio 2010

Com'è difficile essere uomini!

E’ impossibile non comunicare.
Non lo dico io, ma il primo assioma della pragmatica della comunicazione.
Anche quando ci rifiutiamo di farlo, comunichiamo lo stesso.
E’ ovvio.
Se io parlo, sto comunicando che voglio parlare o che il mio interlocutore finisca di farlo.
Se io sto zitta, sto comunicando che davvero non se ne può più di parlare.
Se io chiudo gli occhi mentre la persona che ho davanti parla, parla, parla e ancora parla dicendo per la cinquantesima volta la stessa cosa, sto comunicando che tutti i miei sensi sono stanchi di ascoltare.
Se io mi arrabbio, sto comunicando che sono davvero stufa.
Dunque, è proprio pragmatica. Sto dicendo esattamente quello che voglio dire.
Però, succede spesso, che il vocabolario diventa il nostro migliore amico, perché quando vogliamo dire qualcosa a qualcuno, ci nascondiamo dietro perifrasi arzigogolate, lunghe, confuse, piene di metafore e parole eccentriche, per fare una semplicissima domanda o per esprimere un semplicissimo stato d’animo.
E’ proprio quello che vogliamo esprimere, ma lo celiamo.
E’ proprio quello che vorremmo chiedere, ma ci aspettiamo, SEMPRE, che l’altra persona riesca a capire al volo le nostre perifrasi arzigogolate, che riesca a rispondere esattamente come noi vorremmo, e non pensi che magari “abbiamo voluto dire un’altra cosa”.
E se non lo fa, ci arrabbiamo di brutto, uscendocene con la frase slogan: ma tanto non capisci.
( e ci credo!).
Per non parlare poi di tutte le seghe mentali che trafiggono il nostro cervello quando ci mettiamo ad analizzare ogni singola parola di quello che gli altri o l’altro ci dicono o ci scrivono.
Se la linea di realtà divide i fatti dalle illusioni, è chiaro che il più delle volte ci creiamo l’illusione che quella persona con quelle parole abbia voluto dire quello che noi ci illudiamo vorremmo sentirci dire. Sbagliando.
Se A dice “a presto”, B può pensare: “mi ha detto ‘a presto’ , quindi vuol dire che mi vuole rivedere …che bello!”…mentre magari A ha detto “a presto”, perché semplicemente è un modo di dire per salutare una persona che si conosce.
Oppure, se A dice: “ho voglia di una pizza”….B pensa: “forse vorrebbe che la invitassi a cena fuori”…mentre A semplicemente, ha espresso un suo fisiologico desiderio di riempire lo stomaco.
Il significato di questo post è uno: non esiste comunicazione senza che ci sia una relazione, e non esiste relazione senza che ci sia una comunicazione.
Se io sto comunicando, sia che io stia parlando, sia che io stia scrivendo, sono in relazione con qualcuno.
Se io sono in relazione con qualcuno, sto per forza comunicando qualcosa, anche e solo con il mio modo di pormi.
E allora la domanda è: perché se stiamo dalla parte di A, ci ostiniamo, spesso, a mascherare quello che vorremmo dire con parole astruse e a volte senza senso per non arrivare dritti al nocciolo, pretendendo che dall'altra parte ci sia qualcuno in grado di capire i nostri vorticosi labirinti mentali, e perché, invece, se stiamo dalla parte di B, ci ostiniamo a vedere sempre qualcosa dietro una semplice e banale frase o parola detta da una persona, quando invece abbiamo di fronte la realtà nuda e cruda?
Riflettete, riflettete...e fateVi un favore: per una volta, dite davvero ciò che volete dire.
Ditelo guardando l'altra persona negli occhi o scrivetelo... come volete, con un foglio e una penna, con una mail, con un sms, su una foglia, da qualsiasi parte.
Ma esprimete ciò che davvero pensate...non fa mica male!