mercoledì 17 marzo 2010

Pensierino della sera...


"Se ti sei innamorato una volta, sai ormai distinguere la vita dalla sopravvivenza. Sai che la sopravvivenza significa vita senza senso e sensibilità, una morte strisciante: mangi il pane e non ti tieni in piedi, bevi acqua e non ti disseti, tocchi le cose e non le senti al tatto, annusi il fiore e il suo profumo non arriva alla tua anima. Se però l'amato è accanto a te, tutto improvvisamente risorge e la vita t'inonda con tale forza che ritieni il vaso d'argilla della tua esistenza, incapace a sostenerla. Non parlo di sentimentalismi e di slanci mistici, ma della vita, che solo allora diventa reale e tangibile, come se fossero cadute squame dai tuoi occhi e tutto, attorno a te, si manifestasse per la prima volta."


Christos Yannaras


Non riflettete più di tanto stavolta...ma INNAMORATEVI!


sabato 13 marzo 2010

Allegra consiglia...



Shhh...I'm reading.
Quante volte lo abbiamo detto?
Io, personalmente, tante.
Potrei iniziare a parlarvi di un libro che mi ha inchiodato all'ultima pagina fino all'una di notte con un "C'era una volta..."
Sì, perchè la storia di Emma e Federico sembra una favola. Una favola moderna con un'anima antica.
Una favola in cui nell'era della tecnologia più all'avanguardia, due persone si scrivono lettere in cui si raccontano la vita.
Lettere scritte a mano.
In particolare lui, con inchiostro rigorosamente verde.
Lettere che partono da Milano e che arrivano a New York.
Lettere che partono da New York e che arrivano a Milano.
Emma ha un sogno: aprire una libreria.
Ma non una di quelle che assomigliano ai grandi magazzini, con le scale mobili e gli addetti sparsi negli angoli più remoti, rigorosamente introvabili quando hai bisogno di un libro che non trovi.
Il suo sogno sembra fuori di testa perchè ha la forma di una libreria familiare, una di quelle dove leggere un libro è come sentirsi a casa, dove i clienti si conoscono e dove una libraia non batte scontrini dalla mattina alla sera, ma parla con i suoi clienti che, tra una pagina e l'altra, possono sorseggiare tè o cioccolato in una tazza con su scritto: shh...I'm reading.
E poi c'è la vita.
Ogni romanzo la racconta.
E poi c'è la speranza.
In ogni romanzo bisognerebbe trovarla.
E poi c'è la sfida.
Ogni romanzo ne lancia una.
E poi c'è l'attesa.
In ogni romanzo la si vive.
E poi c'è il dolore.
Ogni romanzo lo stringe in un abbraccio.
Il 10 aprile è vicino.
L'ultima pagina del romanzo della loro vita sembra essere scritta in nero, non in verde...eppure, Emma e Federico sapranno ritrovarsi?

"Per salvarsi si legge. Ci si consegna ad un gesto meticoloso, una strategia di difesa ovvia ma geniale. Per salvarsi si legge. Linimento perfetto. Perchè forse per tutti, leggere è fissare un punto per non alzare lo sguardo sulla confusione del mondo, gli occhi inchiodati sulle righe per sfuggire a tutto, le parole che una a una stringono il rumore in un imbuto opaco fino a farlo colare in formine di vetro che chiamiamo libri. La più raffinata e vigliacca delle ritirate. Dolcissima. Chi può capire qualcosa della dolcezza se non ha mai chinato la propria vita, tutta quanta, sulla prima riga della prima pagina di un libro? Quella è la sola, e più dolce custodia di ogni paura. Un libro che inizia..."

dal libro "Noi due come un romanzo" di Paola Calvetti


Il sito dell'autrice http://www.paolacalvetti.it/

Il booktrailer del libro (consiglio vivamente di guardarlo perchè è meraviglioso con una musica di sottofondo dolcissima) http://www.youtube.com/watch?v=n9zgBLKZtx8


BUON FINE SETTIMANA DALLA VOSTRA ALLEGRA...ANCHE DI BUONE LETTURE!



domenica 7 marzo 2010

Di te...

Di te non ho mai scritto.
In tutti questi anni non ho mai sentito il bisogno di farlo.
Forse perché ti avevo sempre accanto, forse perché a volte non ci capivamo, forse perché sapevo che avresti letto tutto e quindi, ho preferito lasciare che i pensieri non assumessero la forma delle parole.
Ma oggi questi pensieri sono fuori di testa, come la maggior parte della mia vita…diresti forse tu.
Per fermare la loro corsa devo solo cucirgli addosso le parole, e lo faccio ora: da fuori di testa a dentro una pagina bianca.
Di stoffa ce n’è abbastanza, in sei anni non abbiamo fatto altro che ricamarla con le giornate più folli, con le chiacchierate più lunghe, con le nottate senza lo scoccare dell’ora, con i nostri sbagli e con le nostre scuse, con pianti e risate incontenibili, con silenzi a volte troppo soli.
Di te vorrei scrivere che non ce la farei a vivere senza di te.
Di te vorrei scrivere che forse non avrei compreso una parte del mondo senza di te.
Di te vorrei scrivere che sicuramente non avrei conosciuto una parte di me senza di te.
Venticinque anni fa io ancora non c’ero.
Sono arrivata pochi mesi dopo e molti anni più tardi ho bussato alla porta della tua stanza, accorgendomi, nell’istante in cui la mia mano schiusa a forma di pugno batteva su quel legno che avrebbe incorniciato gran parte dei nostri giorni, di bussare soprattutto alla porta della tua vita.
Queste parole sembrano una dichiarazione d’amore, ma a volte l’intensità di un’amicizia vale molto di più.
Siamo molto diverse e quasi tutti si chiedono come facciamo ad andare d’accordo.
Ma il segreto, forse, sta proprio nel trovarsi laddove le strade sembrano dividersi.
E’ bello che tu venticinque anni fa sia nata, ed è bello che oggi io sia qui a scrivere di essere felice di far parte della tua vita e di ricordare tutte le volte in cui ho avuto bisogno di te, perché in un’amicizia è bello poterlo dire, e tutte le volte in cui, anche nel silenzio e nella distanza, sapevo che da qualche parte esistevi.
Oggi ho cucito a questi pensieri il vestito migliore, che non può non avere come sutura finale un “grazie” che tante volte non ti ho detto o ti ho detto forse troppe volte.
E sai cosa ti dico?
Oggi, nel giorno del tuo compleanno, il regalo l’ho fatto più a me.
Perché tra tanti vestiti che ho indossato nella mia vita o che ho lasciato nell’armadio della memoria, è proprio questo uno di quelli che più mi sta a pennello.
Buon compleanno...tu sai chi sei.

domenica 28 febbraio 2010

Nontiscordardime

Prendi una giornata qualunque, in un mese qualunque, in una stagione qualunque.
Due fanciulli, una promessa e il bel Danubio blu.
Poi una caduta nelle acque del fiume, un fiore rimasto tra le mani…e cinque parole: non ti scordar di me.
La leggenda narra che sia nato così il nome del delicato fiore azzurro.
A volte basta un odore per riportare al cuore momenti ed esperienze vissuti, persone incontrate, tappe della nostra esistenza attraversate.
Ricordi, ai quali spesso è legato un “nontiscordardime”.
Un uomo che parte su un treno in corsa, una mamma o un papà che attende lo squillo di un telefono, una fotografia riposta sotto linguetta di un portafogli, un amico che scrive ad un amico che non sente da anni, uno spartito aperto sul leggio di un pianoforte, un figlio trascurato e mai davvero riconosciuto, un sms mai cancellato, un bambino in strada che ti segue con lo sguardo fino all’angolo della via, una lettera nascosta in un cassetto, un insegnante che continua ad interrogarti anche quando la campanella è suonata da un pezzo e ti accorgi che quella sulla vita è l’interrogazione più difficile, un libro lasciato sul sedile di un treno, un uomo su un letto di ospedale che stringe la mano ad un camice bianco, una cartolina appesa ad un frigorifero, un fratello che ha in tasca un biglietto di sola andata, una donna piena di lividi che racconta la sua storia ad un cuore amico, un vestito conservato in un baule.
Dio, in ogni frammento della nostra giornata.
La vita di ognuno è cosparsa di nontiscordardime.
Ricordare significa letteralmente “riportare al cuore”.
E’ lì che pulsa il nostro bisogno profondo di non voler essere dimenticati e spesso, di non dimenticare.
I ricordi hanno il sapore di scatole vecchie conservate dietro le pareti di casa, colme di tutti quei frammenti, materiali o immateriali, che hanno rivestito i giorni vissuti della nostra vita.
Pagine di un libro non ancora finito come testamento di una volontà di esserci oltre ogni luogo comune.
Non ti scordar di me.
Non è solo il nome di un fiore…e neanche solo il titolo di una canzone.
E’ il fiato che ogni giorno regaliamo e riceviamo a tutto e da tutto quello che circonda la nostra esistenza: persone, attività, professioni, divertimento, passioni. Dio.
Ti voglio bene, ma nontiscordardime.
Ce la metto tutta, ma nontiscordardime.
Vorrei che questo istante non finisse mai, ma nontiscordardime.
Chiudo gli occhi e accetto, ma nontiscordardime.
Apro gli occhi e ci riprovo, ma nontiscordardime.
I visi degli sconosciuti incontrati su un treno o su un aereo, sono quelli che tendiamo a dimenticare facilmente.
Ma spesso, sono proprio quei visi che ci ricordano altri visi, che a loro volta ci ricordano gesti, momenti, sorrisi, attimi vissuti.
E molte volte, sono questi ricordi che sussurrano al cuore un “nontiscordardime”.
Erri De Luca nel suo “Il peso della farfalla” (Feltrinelli), scrive che “
l’uomo non sa vivere nel presente”.
Perché?
Forse perché è ancorato al passato o troppo proiettato nel futuro?
O forse perché non sa ricordare chi era, dimenticando di sussurrare a se stesso un “nontiscordardime”?
“Ricordare significa imparare a conoscersi di più” (Demetrio, 2008). E anche a saper crescere, in tutti i modi, che è il compito più difficile al mondo.
Ma bisogna provarci.
E tu? A chi vuoi sussurrare un “nontiscordardime”?

lunedì 22 febbraio 2010

Ad una ragazza speciale. E a sua madre.


Svegliati.
Non è un ordine, ma una preghiera.
Sfioro con le dita i tuoi occhi chiusi, e capisco di aver bisogno di loro per poter guardare al mondo.
Non voglio raccontarti di come eravamo prima, perché so che hai conservato tutti i preziosi istanti
in ogni angolo di cuore, li hai levigati con le emozioni per renderli migliori, li hai trasformati in ricordi per dargli l’onnipotenza dell’immortalità.
Aspetto.
La genesi di ogni giorno è affidata alla speranza, e i miei passi lungo il corridoio che mi porta a te, tengono stretta quell’inquieta e timida attesa che invecchia ad ogni mio respiro.
Ascoltami.
So che riesci a sentirmi…so che ogni mia domanda è già una tua risposta, e mi chiedo come tu possa restare immobile quando invece potresti correre per acchiappare quei sogni che hai lasciato a metà.
Si sono aggrappati al cielo per non cadere, e ogni notte si affacciano per spiarti, per sapere se tu sia pronta a riaverli di nuovo.
Ho cominciato a scrivere di quest’attesa, perché so che un giorno mi chiederai di raccontartela.
Forse potrei inventare una storia, una favola, oppure riempire un diario per poi chiuderlo con un lucchetto, come quelli degli innamorati su Ponte Milvio o su Ponte Vecchio, per far sì che quest’attesa, come l’amore di un uomo e di una donna, ci insegni a non temere di avere coraggio.
Il coraggio dei tuoi occhi che torneranno a brillare.
Il coraggio della tua voce che tornerà a farsi sentire più forte di prima.
Il coraggio dei tuoi sogni, che dal cielo ritorneranno dritti dritti nel tuo cuore, protetti e custoditi nel loro posto migliore.
Il coraggio della tua stessa vita, che tornerà a camminare nelle strade lunghe ed incerte dei giorni che ti aspetteranno.
Svegliati.
Non è un ordine, ma una preghiera.
So che tornerai…ma fallo presto.


venerdì 19 febbraio 2010

Nel tempo dell'amore...

“Lo sguardo gli cadde allora sul vaso azzurro, lì davanti a lui sulla scrivania. Era vuoto, vuoto per la prima volta dopo tanti anni nel giorno del suo compleanno. Trasalì, sgomento: fu come se, all’improvviso, una mano invisibile avesse aperto una porta e una corrente fredda fosse penetrata da un altro mondo nella quiete della sua stanza. Percepì una morte e un amore immortale: qualcosa gli si spezzò nel profondo dell’animo e, per la creatura invisibile, egli ebbe un pensiero incorporeo e appassionato come per una musica lontana”.
Termina così “Lettera di una sconosciuta” di Stefan Zweig (Adelphi).
Ho amato questo romanzo in ogni singola parola. Non c’è niente che non sia al posto e al tempo giusti.
“A te, che mai mi hai conosciuta”.
E’ questa l’intestazione di una lunga lettera, che sembra quasi un manoscritto, che R., uno scrittore, riceve nel giorno del suo compleanno.
Una lettera scritta a mano che racconta la verità di un amore immortale e a lui sempre sconosciuto.
Una lettera di una donna che lo ha amato per tutta la vita e che ha vissuto sempre con la sola speranza di essere da lui riconosciuta almeno una volta.
Ma lui, non la riconoscerà mai, nonostante gli incontri, nonostante gli sguardi, nonostante le notti insieme.
I personaggi non hanno nomi, ma “solo” un’anima.
Quella di lei, disperata e fedele.
Quella di lui, il cui “sguardo avvolge e al tempo stesso spoglia, che abbraccia e già stringe”.
E lei attende, attende invano, attende…ma lui non chiama, lui non scrive neanche un rigo.
Qualcuno ha detto che “attendere è l’infinito del verbo amare”. Questa donna lo ha fatto per tutta la vita, non rimpiangendo neanche un giorno, senza mai chiedere niente.
Solo una promessa, il cui adempimento da parte di lui, rimane ignoto.
Metterà lui delle rose bianche il giorno del suo compleanno nel vaso azzurro per tutti gli anni che verranno?
O se ne dimenticherà, così come ha dimenticato di chiamarla, di scriverle…così come ha dimenticato tutta la sua esistenza.
Spesso le promesse che chiediamo non sempre vengono mantenute, perché ancor più spesso ne facciamo richiesta senza aspettare una risposta.
Lo farò. Non lo farò. Non lo so.
Lo farà. Non lo farà. Non lo so.
Il leggerissimo rumore del libro che mi si è chiuso nelle mani nel silenzio della mia casa, ha destato un ricordo nella mia memoria.
“Guai se non ci fossero sul nostro corpo cicatrici lasciate a testimonianza dell'amore, vorrebbe dire che non abbiamo mai amato veramente nessuno, nemmeno Dio”.
Non molto tempo fa qualcuno mi disse queste parole.
Questo libro me le ha riscritte nella mente ed è come se il tempo non fosse mai passato.
Quello che stupisce, di questa lunga lettera, è l’accettazione dell’amore che basta a se stesso.
Può bastare amare senza chiedere niente in cambio?
La protagonista non se lo chiede, lo vive e basta, scoprendo e accarezzando una cicatrice che non scomparirà mai.
Perché l’amore le basta, anche se “tutti, tutti mi hanno viziata, tutti furono buoni con me, tu solo, tu solo mi hai dimenticata, tu solo, tu solo non mi hai mai riconosciuta!”
L’amore le basta, anche se molto spesso il suo sguardo gridava “riconoscimi, riconoscimi”.
Ma l’amore è anche questo, è anche guardare all’altro in attesa che lui riconosca se stesso amato.
Il protagonista del libro di Zweig non l’ha fatto.
E spesso accade, in un romanzo come nella vita, che giunge il tempo in cui tutto prenderà forma nell’incorporeo riconoscimento di qualcuno che ci ha amato senza pretendere nulla in cambio.
E non sarà mai troppo tardi. Perché l’amore non conosce il tempo fino a quando non saremo noi a rovesciare la clessidra.
Ha solo 83 pagine questo romanzo, che, staccate ad una ad una e arrotolate, entrerebbero con facilità in una bottiglia vuota.
Qualsiasi mano potrebbe gettarla in mare. Qualsiasi onda potrebbe proteggerla. Qualsiasi riva potrebbe accoglierla.
Ognuno di noi sa quale siano le pagine della propria vita da arrotolare, infilare in una bottiglia e lanciarla in mare verso una precisa meta.
Ognuno di noi sa quale sia la cicatrice da accarezzare e quale sia il momento di rovesciare la clessidra.
Arrotolare, infilare, lanciare, accarezzare, rovesciare.
Ognuno di noi sa cosa fare, perchè ognuno di noi ha la libertà di scegliere.
Qualsiasi cosa, in qualsiasi tempo.
Soprattutto nel tempo dell'amore.

sabato 13 febbraio 2010

Tu chiamami se vuoi...

Mi chiamano tristezza, quando il buio del cielo tira via tutte le stelle ad una ad una e la notte sembra essere l’unico mantello in grado di coprirmi.
Mi chiamano solitudine, quando l’ultimo granello di sabbia che scivola via dal pugno stretto di una mano, cade su una lastra di vetro ghiacciata. E rimane lì.
Mi chiamano paura, quando il vento spoglia tutti i rami di tutti gli alberi…e non soffia, anche se spazza via ogni frammento di materia.
Mi chiamano felicità, quando il cielo non è né azzurro, né grigio, né blu, né nero, né rosso, ma è proprio come io lo voglio.
Mi chiamano sorpresa, quando il respiro toglie il mio stesso respiro e la meraviglia diventa lo sguardo attraverso il quale scruto il mondo intero.
Mi chiamano rabbia, quando l’aria che respiro diventa tornado che distrugge l’essenza stessa della vita.
Mi chiamano noia, quando vedo, ascolto e percepisco solo vuoto, che poi riempio con altro vuoto, perché il vuoto sono diventata io.
Mi chiamano dolore, quando la spina di una rosa rossa ferisce la pelle, e ogni atomo del corpo sussurra all’anima di morire.
Mi chiamano timidezza, quando la gonna è troppo corta e le mie braccia troppo piccole per afferrarla e tirarla più giù.
Mi chiamano attesa, quando i rintocchi di un orologio superano in velocità i battiti del cuore, e le risposte che cerco restano solo e soltanto domande.
Tutti mi chiamano con i nomi più vari, ma io…mi chiamo EMOZIONE.
E’ la vita che spesso tira giù tutte le stelle del cielo, che non riesce a trattenere in un pugno tutti i granelli di sabbia, che spoglia i rami degli alberi, che dipinge il cielo al colore del mio desiderio, che mi toglie il respiro e mi distrugge, che mi fa male fino all’ultima goccia di sangue, che mi veste di vuoto senza riuscire a coprirmi quando voglio nascondermi, lasciandomi sola con le mie domande.
Sì, la vita spesso è una gonna troppo corta e quando il vento è freddo e soffia con prepotenza, scopri di non avere il tempo per cambiarti.
Oppure, non riesci a trovare il vestito adatto.
E rimani scoperta, nuda di te stessa.
A volte mi chiamano anche coraggio. Quando la mia pelle, seppur fragile e incolore, è il vestito che mi sta a pennello.
Io mi chiamo EMOZIONE, e c’è solo un motivo per cui sono venuta al mondo: per cambiare le vite degli altri, cambiando me stessa.

Erano in silenzio. Tutti scrivevano. O quasi.
“Ma perché bisogna scrivere sulle emozioni?” – sbottò un ragazzo qualche mese fa.
Smisero di scrivere. Io restai in silenzio, guardandoli tutti.
“Perché sono le emozioni che ci cambiano la vita” – rispose una ragazza.
Annuii e ripresero a scrivere. Lui mi guardò, ma dopo un po’ scrisse anche lui.
Cominciai a farlo anch’io, guardandoli ogni tanto nel silenzio dei loro scritti.
Così, nacque questo racconto.
I ragazzi si fanno e danno le domande e le risposte migliori, quelle che nascono dal silenzio e da un’emozione che spesso non riesce a venir fuori.
Ma esiste, e c’è sempre un tempo per raccontarla.
Trovalo anche tu.