venerdì 24 dicembre 2010

Fammi un po' di posto...oggi che è Natale!


Sono appena arrivato, mentre tu ci sei già.
Non importa quanti anni hai, che lingua parli, in quale città ti trovi.
Ti voglio dire una cosa, anzi più di una.
Ho freddo, e so che anche tu hai freddo.
Te lo leggo nel cuore.
Perché una persona cara ti ha lasciato.
Perché devi affrontare una prova importante.
Perché stai attraversando momenti difficili.
Perché non riesci a comunicare con qualcuno.
Perché stai annegando nella solitudine e non sai come uscirne.
Perché hai paura di amare.
Perché vorresti amare e non riesci a farlo.
Perché hai perso qualcosa o qualcuno.
Perché fai fatica ad accettare la verità.
Perché il mondo ti ha deluso o pensi di averlo deluso tu.
Perché ti senti sbagliato in qualsiasi posto ti trovi.
Te lo leggo nel cuore.
Sai che non pensavo facesse così freddo in questo mondo?
Mi avevano detto di stare attento e di coprirmi, ma ho voluto sentirlo sulla pelle della mia anima.
Anche tu hai fatto la stessa cosa, lo vedo.
Sei così coperto he quasi non riesci a vedere i posti in cui potresti ripararti.
Mia mamma mi accarezza la guancia, mio padre mi guarda attento e dietro due animali cercano di scaldarmi.
Guarda lassù...che strana stella illumina il mondo!
E' talmente grande da contenere qualsiasi distanza o mancanza.
Sento già meno freddo, tu?
Dai...fammi un po' di posto, così seguiamo insieme la sua scia e magari ci porterà lontano, dove i nostri sogni si possono avverare.
Vuoi farlo insieme a me?
Te lo leggo nel cuore che ne hai bisogno.
E io ho bisogno che tu mi faccia un po' di posto, giusto un poco.
So che hai paura, ma anch'io ce l'ho, cosa credi?
Ho sempre paura di non riuscire a farti capire che voglio proprio te nella mia vita.
Non è tardi, soprattutto per amare, di qualsiasi amore si tratti.
E allora mi presento: io mi chiamo Amore, anche se tutti mi chiamano Gesù.
Forse è più facile per te riconoscermi se ti dico che mi chiamo Amore.
E soprattutto, se ti dico che puoi trovarmi dappertutto, se mi fai un po' di posto.
Anche nel freddo dell'anima.
Vuoi?
Ti lascio il tempo per pensarci, io sono qui che ti aspetto.
Ho tutta una vita davanti...sono appena nato!


Gesù Bambino


UN ALLEGRO NATALE DA ALLEGRA...

mercoledì 22 dicembre 2010

Pensierino della sera...


"E' Natale da fine ottobre. Le lucette si accendono sempre prima, mentre le persone sono sempre più intermittenti.
Io vorrei un dicembre a luci spente e con le persone accese."


Charles Bukowski

giovedì 16 dicembre 2010

Fai buon viaggio...


Proprio io.
Proprio io che delle parole (scritte) faccio il mio stile di vita, fra lavoro e passione.
Proprio io che non passa giorno senza sporcare una pagina bianca, oggi, forse, non riesco a scrivere quello che vorrei.
Un "mi mancherai" è troppo poco, un "tanto ci sentiremo" troppo banale,
un "ti ricorderò sempre" troppo melodrammatico.
Per questo ho deciso di scrivere come mi viene: di pancia, con le imposte chiuse, i capelli legati e un biscotto al cioccolato.
Di te e per te.
E allora scrivo che mi mancherai, perché la vita è fatta di momenti vissuti, e noi, li abbiamo vissuti proprio tutti.
Dal pianto al riso, dal dolore piccolo e grande alle gioie immense come ieri, dai silenzi condivisi alle chiacchierate fino alle cinque del mattino, dallo shopping rigorosamente sotto la pioggia battente alle giornate passate in casa, dalle litigate (perché ci sono state anche quelle) alle complicità che ci hanno fatto crescere e amare la vita.
Da qualche parte ho scritto che "una partenza significa aspettare."
Come quando, passando per la stazione, senti il fischio del treno e il rumore delle rotaie ti entra nella testa e nel cuore, perché per ogni persona che parte ce n'è una che rimane.
Come uno strappo.
Tu parti.
Io rimango.
Qualcuno mi ha insegnato che amore fa rima con libertà e che libertà combacia con verità e bellezza.
Tu mi hai dato tutto questo, ogni giorno di più.
Perchè ogni giorno è stato come aprire un pacco regalo senza buttare via la carta.
Quella carta mi è servita per scrivere la storia di un'amicizia che nessuno ha mai raccontato, e ad ogni pagina vorrei fare un orecchio, per ricordarmi tutto ciò che abbiamo vissuto ed imparato in tutti questi anni.
Perché c'eri tu ogni volta che c'ero io.
E c'ero io ogni volta che c'eri tu.
Ieri non è stato solo il tuo traguardo, ma anche il mio.
E la tua partenza, sarà anche la mia.
Perché un pezzetto di noi finisce sempre nel cuore delle persone che amiamo.
E le accompagna, dovunque andranno.
Una partenza significa anche ricordare e sperare.
Ricordare chi sale su quel treno portandosi dietro il rumore delle rotaie.
E sperare che quello stesso treno le riporti indietro, un giorno, con lo stesso fischio e lo stesso rumore che ti entra nella testa e nel cuore.
E allora fai buon viaggio, amica mia...e ricordati sempre che in te hai un pezzetto di me.
Non puoi non tornare...non potrei vivere senza.

domenica 12 dicembre 2010

Chiamami con il nome che mi hai dato...


Abbiamo bisogno di dare alle cose il proprio nome.
Se mangiamo il pane, abbiamo bisogno di sapere che quello è pane.
Se prendiamo una macchina, che quella è una macchina.
Se ci confidiamo con un amico, che quello è un amico.
Quando un bambino impara a parlare, apprende che quello si chiama tavolo, quello albero, quello pupazzo.
E quelli si chiamano mamma e papà.
Così facendo, impara anche a riconoscere le cose che lui chiama con il loro nome.
E apprende che se chiami, il più delle volte, loro rispondono.
Quando poi quel bambino cresce, capisce che anche i sentimenti hanno un nome: si chiamano amore, amicizia, risentimento, speranza, illusione, gioia, paura.
Sono quelli che ha imparato dalla vita, dentro e fuori dalla famiglia e, non di meno, dentro e fuori da se stesso.
Ma quando, diventando uomini e donne, non riusciamo a dare un nome a quello che proviamo, è come se volessimo mettere in un angolo quei sentimenti e i momenti vissuti che ci legano ad essi, come a coprirli con un telone bianco, come si fa con i mobili che vogliamo conservare, in attesa di ritornare ad abitarli.
La casa fatta di quei mobili rimane sempre la nostra, anche se sono coperti e anche se non è proprio come noi desideravamo che fosse: anche se non ha la scala a chiocciola, la porta scorrevole, la cucina con l'isola, il giardino e la staccionata bianca.
Per il solo fatto che l'abbiamo abitata e la abitiamo ancora, è nostra, perché un pezzetto di noi finisce sempre nelle cose che viviamo, sia che ci appartengano e sia che appartengano a chi ha sfiorato la nostra vita, anche e solo per un attimo.
Così come quei sentimenti senza nome, che tanto ci fanno paura, perché non sappiamo come chiamarli e loro, non sanno come risponderci, lasciandoci in un tempo che abbiamo imparato a chiamare in nostro soccorso sin da piccoli, quando cadevamo a terra e ci sbucciavamo un ginocchio urlando a nostra madre di venirci incontro, perché quella sbucciatura bruciava troppo: è proprio in quei momenti che abbiamo imparato a chiamare quel tempo attesa e a comprendere il suo valore.
Aspettare.
Che qualcuno venga in nostro aiuto, ci prenda in braccio e ci sussurri: non è niente, non avere paura, ora passa tutto.
Ma quando qualcosa ci brucia dentro e non sappiamo come chiamarla per poi vivere nell'attesa che ci risponda, la paura non passa e diventa parte di noi.
Per questo abbiamo bisogno di dare un nome, perché quelle sono le cose che restano: i sentimenti come le persone e come i momenti vissuti, come i sogni e come i ricordi.
E' questa la pasta di cui è fatta la vita.
E abbiamo bisogno di poterla chiamare, tutta intera, per riconoscerla nostra e di nessun altro.
In un esercizio dei miei laboratori di scrittura espressiva, chiedo a chi partecipa di dare un titolo alla propria vita, che sappia contenere il valore e l'unicità della stessa.
Quando veniamo al mondo, qualcuno ci assegna un nome che noi ci portiamo addosso fino alla fine dei nostri giorni, anche nei ricordi di chi ci sfiora e nelle vite di chi rimane dopo di noi.
Ma anche la nostra vita ha bisogno di essere chiamata per darci la possibilità di vivere nell'attesa che lei ci risponda e ci dica: non è niente, non avere paura, ora passa tutto.
Perché la vita è come una madre: ci ama anche quando sbaglia e quando siamo noi a farlo, e perdona tutte le nostre fughe, anche se non lo ammette o noi non lo ammettiamo.
Per questo abbiamo bisogno di chiamarla e di riconoscerla: senza, saremmo orfani senza sapere di esserlo.
E avremmo paura, senza sapere cosa sia questa paura.

lunedì 6 dicembre 2010

La prima volta

Avevo undici anni quando sono salita per la prima volta sulle punte.
Fino ad allora, per ballare, avevo usato le scarpette da mezza punta, quelle morbide e snodabili che quasi non le senti se le indossi.
Quelle scarpette da punta, però, erano diverse: con il gesso, dure e pesanti.
Ma soprattutto forti, perché dovevano sostenere il tuo peso mentre volteggiavi nell'aria.
E le percepivi, soprattutto quando inarcavi il piede per salirci sopra.
Ricordo la mia prima volta: quella sensazione di perdita d'equilibrio, di forza di volontà mista a fatica, di desiderio e di rassegnazione.
Ci salii per un secondo e scesi subito dopo.
Una volta, due volte, tre volte.
Fino a quando non ci rimasi per fare tutto l'esercizio e poi, con il passare degli anni, per eseguire intere coreografie.
Da allora tutto non è diventato più facile: il dolore, il sangue, la fatica, la resistenza erano gli stessi.
Quello che è cambiato è stata la percezione che io avevo di me stessa: potevo farcela.
Ciò che la danza mi ha insegnato è stato soprattutto questo, ed al di là di come, poi, è andata nel tempo, conservo dentro di me questi insegnamenti declinandoli, tutt'oggi, nella vita di ogni giorno, soprattutto nei momenti più difficili.
Penso sempre alla mia prima volta sulle punte e alla mia insegnante che al mio "non ci riesco" contrapponeva il suo "non esiste il non ci riesco".
Viviamo in un tempo che ci condanna, dalle piccole alle grandi cose.
Se sei diverso dagli altri per i motivi più svariati, dal preferire un modo di vivere che si basa sul "fare la differenza" al difendere determinati valori, vieni guardato come un alieno.
Se conservi la speranza nel cuore e provi a portarla nel luogo di lavoro, sei circondato da persone che si svegliano al mattino solo per fissare le lancette dell'orologio in attesa che scatti l'ora di uscire fuori ed essere al centro del mondo.
Se vivi non come vorrebbero gli altri, vieni giudicato perché "quelli della tua età dovrebbero essere così, e tu non sei e non fai così".
E allora ognuno di questi momenti diventa uguale a quel momento della prima volta sulle punte.
La stessa paura di non farcela, lo stesso dolore, la stessa resistenza.
E per fortuna, la stessa voglia di non mollare mai, nonostante il mondo contro.
Ogni giorno ci si rende conto di quanto la vita sia così labile e spesso sfuggente, che diventa troppo pesante sprecarla nel vivere le giornate come vogliono gli altri o come la pensano gli altri.
Sono stanca di vedere gente che si pone al centro del mondo, come una ballerina del carillon pronta a fare il suo balletto per ricevere gli applausi del pubblico, di gente che non va oltre il suo naso, che si chiude nel proprio egoismo e nei propri pensieri, che ride di te se non condividi il "pensiero della moda del momento" e che ha sempre la risposta pronta e preconfezionata per ogni cosa.
Io non ce l'ho tutte queste risposte, perché non smetto di cercarle e di cercarne altre.
E forse perchè penso che di vita qui, su questa terra, ne ho solo una.
E non ho voglia di sprecarla nel fare quello che fanno gli altri, nel pensare quello che pensano gli altri, nel vivere come vivono gli altri.
Sono fortunata, perché ogni giorno Qualcuno mi dona la conferma del che cosa ci sto a fare in questo mondo.
E ho deciso di percorrere questa strada, costi quel che costi, con tutte le mie forze.
Come la mia prima volta sulle punte.


"Due strade trovai nel bosco, io scelsi la meno battuta, per questo sono diverso" - Peter Weir



sabato 4 dicembre 2010

Ti vorrei bastare...


E' da qualche settimana che mi girano nella testa queste parole.
Da quando ho assistito al meraviglioso spettacolo di Erri De Luca qui a Firenze, "In viaggio con Aurora".
Non so perché, ma stamattina ho avuto l'impulso di cercarle e così, ho deciso di scriverle anche qui per voi.


VARIANTE DI CANZONE - ERRI DE LUCA


"Io te vurria vasà - sospira la canzone,

ma prima e più di questo io ti vorrei bastare

come la gola al canto e come il coltello al pane

come la fede al santo io ti vorrei bastare.

E nessun altro abbraccio potessi tu cercare

in nessun altro odore addormentare,

io ti vorrei bastare.

Io te vurria vasà - insiste la canzone,

ma un po' meno di questo io ti vorrei mancare,

più del fiato in salita,

più di neve a Natale,

più di benda su ferita,

più di farina e sale.

E nessun altro abbraccio potessi tu cercare

in nessun altro odore addormentare.

Io ti vorrei bastare."


Erri De Luca ha dedicato queste parole a sua moglie Teresa e quella sera le decantava con una passione e con una luce che solo l'eterna presenza dell'amore riesce a dare.
Da qualche parte ho letto che l'amore tra un uomo ed una donna è l'immagine sensibile che più raffigura l'essere di Dio.
Un darsi senza sconti, rimanendo se stessi, in ogni giorno della vita.
E soprattutto, bastando a se stessi, l'uno all'altra.
Non esiste niente di più bello ed eterno.




giovedì 25 novembre 2010

Crescendo si impara...

Elenco delle cose fondamentali che ho capito oggi:
1)Gli adulti che fanno gli adolescenti di ritorno mi fanno più paura degli assassini;
2)Chi non ha il coraggio di guardarti negli occhi mentre ti parla e ti toglie il saluto, va compreso.
3)Chi ti guarda dall'alto in basso solo perché "sei nessuno", non merita i tuoi pensieri.
4)Chi neanche ti ascolta perché "sei giovane" e hai una faccia che dimostra meno della tua età, è vecchio dentro.
5)Chi disprezza i tuoi valori perché sei controcorrente, ha bisogno di tempo per capire che cosa ci sta a fare in questo mondo.
6)Chi non riesce ad andare al di là del suo naso e capire che al mondo ci sono ragazzi e ragazze che soffrono, soprattutto in silenzio, ha bisogno di crescere (nel vero senso della parola).
7)Che il sorriso di una ragazza all'uscita della sala ha superato tutti gli sguardi torvi.
8)Che non mi stancherò mai di parlare d'amore, di quello sano e di quello che non è amore.
9)Che voglio continuare a portare avanti la tecnica della scrittura espressiva perché tocco con mano quanto faccia star bene.
10)Che ho bisogno di un po' di tempo per staccare la spina.
11)Che ho delle amiche meravigliose senza le quali non sarei quella che sono.
12)Che l'esperienza è l'insegnante più difficile: prima ti fa l'esame e poi ti spiega la lezione.
13)Che una semplice frase "grazie...perchè da oggi mi farò qualche domanda in più", ti spiega il perché stai al mondo.
14)Che sono una ragazza fortunata, perché Qualcuno lassù, mi ha regalato un sogno.