martedì 8 marzo 2011

Dieci cose per cui vale la pena vivere secondo Allegra

1) Sedersi sulla riva del mare e guardarlo arrabbiarsi con se stesso.

2)Guardare negli occhi un bambino.

3)La mozzarella, la cioccolata, le fragole.

4)Chiacchierare con le amiche fino a tarda notte in pigiama e non accorgersi del tempo che passa.

5)Scrivere (in segreti modi) e leggere libri, soprattutto narrativa italiana e straniera.

6)Pronunciare la parola "mamma" e sapere che c'è qualcuno che risponde.

7)Sentirsi chiamare "amore", soprattutto dopo una lunga giornata faticosa.

8)Affacciarsi dalla terrazza del Pincio e guardare tutta Roma in una giornata di sole. E affacciarsi dalla terrazza del Piazzale Michelangelo e guardare Firenze in una notte stellata.

9)Fare bene il proprio lavoro come fosse una missione.

10)Dio. E l'amore. O viceversa. Fate voi.

Provate a farlo anche voi...è un buon esercizio per conoscersi meglio.

domenica 6 marzo 2011

Pensierino della sera...


"Ho coltivato nel mio spirito un giardino di rose e poi l'ho nascosto dentro una scorza dura.
Fuori ho messo un cartello con scritto: vietato l'ingresso ai cattivi."


Giovanni Allevi


mercoledì 2 marzo 2011

Portami fortuna...

Un nome. Un aggettivo. Un verbo. Un articolo. Un pronome, una virgola, puntini sospensivi, una sensazione, un'emozione, un altro aggettivo, ancora un verbo e un altro ancora.
Poi un punto.

Il foglio rimane a metà, consumato dall'esigenza di non finire.
Le parole rimangono, ma non scorrono.
Si fermano all'altezza dell'inchiostro, come se un nodo le impedisse di andare oltre.
E completare quel foglio.
Stanno ferme nel palmo della mano e da lì risalgono alla testa e al cuore per ridiventare un pensiero.
Solitario e capriccioso, come un soffio di vento in una giornata di sole.

E tu ti arrabbi. Mi sgridi e mi vieni in sogno se non riesco a fare quello che vuoi.
Ma il foglio è rimasto a metà, lo vedi?
Le parole non s'inventano, vanno solo cercate e ricercate, come si fa con la vite di un orecchino perso per strada.
Non mi basta una qualunque, voglio solo quella che combacia perfettamente con ciò che mi è stato regalato.
Se non la trovo l'ho perduta.
Succede. Succede di perdere qualcosa, di perdere e di perdersi.
Tu sai bene che la vita è fatta anche di questo.
Il mio tempo non sta nel tuo tempo che sa di eternità.
Il foglio è a metà.
E tu non parli più.

Ci sono lettere che restano nascoste al buio di un cassetto perché le parole si scrutano a vicenda senza scegliersi, come fanno le persone.
E tu non parli più.

Voglio un altro nome, un altro aggettivo, un altro verbo, un altro articolo, un altro pronome.
Un'altra emozione e un'altra ancora.
Ma non voglio neanche un punto.

Hai guidato la mia mano afferrandola, una volta e un'altra volta ancora, e mi chiedo se seguirti non sia stata una follia.
Ho amato il mio sogno come si ama un sogno: in lungo e in largo, dentro e fuori, sfiorandone i contorni e strappandone l'involucro.
E tu l'hai amato insieme a me, gli hai dato una direzione perché io non possa perderlo.

Aiutami ad aspettare e a mantenerlo vivo, come si fa con la fiamma di una candela appena accesa.
Ho bisogno di te, soprattutto quando gli altri non comprendono.

Rispondimi.
E portami fortuna.

mercoledì 16 febbraio 2011

Chiamami ancora...

"E per la barca che è volata in cielo
che i bimbi ancora stavano a giocare
che gli avrei regalato il mare intero
pur di vedermeli arrivare.
Per il poeta che non può cantare
per l'operaio che non ha più il suo lavoro
per chi ha vent'anni e se ne sta a morire
in un deserto come in un porcile
e per tutti i ragazzi e le ragazze
che difendono un libro, un libro vero
così belli a gridare nelle piazze
perché stanno uccidendo il pensiero.
Per il bastardo che sta sempre al sole
per il vigliacco che nasconde il cuore
per la nostra memoria gettata al vento
da questi signori del dolore.
Chiamami ancora amore,
chiamami sempre amore
che questa maledetta notte
dovrà pur finire
perché la riempiremo noi da qui
di musica e parole.
Chiamami ancora amore
in questo disperato sogno
tra il silenzio e il tuono
difendi questa umanità
anche restasse un solo uomo.
Chiamami ancora amore
chiamami ancora amore
chiamami sempre amore.
Perché le idee sono come farfalle
che non puoi togliergli le ali
perché le idee sono come le stelle
che non le spengono i temporali
perché le idee sono voci di madre
che credevano di aver perso
e sono come il sorriso di Dio
in questo sputo di universo.
Continua a scrivere la vita
tra il silenzio e il tuono
difendi questa umanità
che è così vera in ogni uomo.
Chiamami ancora amore
perché noi siamo amore."
Roberto Vecchioni

A volte la rabbia per un'Italia che non è come noi la vorremmo o per un mondo che non è come noi lo vorremmo, non basta.
Ci vuole molto di più.
Questa è una delle più belle canzoni mai scritte, per testo e musica.
Credo che rappresenti al meglio tutto quello che noi vorremmo e tutto quello di cui abbiamo veramente bisogno.
"Difendere questa umanità, anche restasse un solo uomo."
La terra bruciata della nostra realtà è fatta d'altro: un paese che muore giorno dopo giorno, valori che vengono presi a sassate giorno dopo giorno, giovani che studiano e che si ritrovano a mendicare un lavoro giorno dopo giorno, ragazzine che scompaiono giorno dopo giorno, bambini che vengono usati per rimediare agli sbagli degli adulti giorno dopo giorno, gente che parla di tutto in televisione senza sapere di cosa stia parlando. Giorno dopo giorno.
Sapete cosa c'è?
Vorrei che domani, nel momento in cui sto per entrare al Tribunale per i Minorenni, mi dicessero che non ce n'è più bisogno, perché i genitori hanno smesso di farsi la guerra e i bambini e i ragazzi vengono educati nell'amore e con l'amore.
Vorrei che domani, quando si parla di Anoressia e di tutti i DCA, la gente sapesse bene di cosa si stia parlando, senza riempirsi la bocca di buonismo o di pregiudizi, soprattutto se ha un microfono in mano e sta parlando davanti a milioni di persone.
Vorrei che domani i veri problemi venissero affrontati, senza assistere a litigate su comode poltrone rosse, mentre là fuori c'è un'Italia che muore.
Vorrei che domani i giovani come me avessero un presente da costruire senza indebitarsi l'anima per pagarsi la propria formazione professionale.
Vorrei che domani l'Italia non fosse una repubblica democratica fondata sulle raccomandazioni, da quelle lievi a quelle più conclamate.
Oggi se non sei amico di questo e quest'altro (ma un amico come si deve!) devi tornare a casa la sera stanca morta mentre ti chiedi che ne sarà di te.
E nel frattempo il tuo sogno è lì che aspetta di essere messo sulla giusta strada.
Ma ancora non è il momento.
Vorrei che oggi ci fosse un presente degno di essere vissuto..."in questo sputo di universo."
E forse c'è, per chi spera e costruisce...come me.
Perché siamo"il sorriso di Dio"...e "siamo amore."


"Chiamami ancora amore...chiamami sempre amore"...sì, vorrei anche questo.

giovedì 10 febbraio 2011

Pensierino della sera...


"A che scopo esisterei, se fossi tutta contenuta in me stessa?
Se tutto il resto morisse e lui restasse, io continuerei ad essere; e, se tutto il resto persistesse e lui venisse annientato, l'universo mi diverrebbe estraneo; non mi sembrerebbe di esserne parte.
Il mio amore per Linton è come il fogliame dei boschi: il tempo lo trasformerà, ne sono sicura, come l'inverno trasforma le piante.
Ma il mio amore per Heathcliff somiglia alle rocce nascoste ed immutabili: fonti di poca gioia visibile, ma necessarie.
Io sono lui, lui è sempre, sempre nella mia mente, non come un piacere, così come io non sono sempre un piacere per me, ma come il mio stesso essere."


Emily Bronte, Cime tempestose

lunedì 7 febbraio 2011

La vita al di là delle apparenze


Cinque, sei, sette, otto.
Cominciava sempre così un esercizio.
Contando, come se quel tempo confezionato in musica, chiedesse di essere addomesticato.
Non faceva differenza uno strillo dell'insegnante o un dettato nella tua mente.
Dovevi contare, altrimenti perdevi il tempo e la musicalità...e tutto riusciva sconnesso.
O meglio, non riusciva.
E così ricominciavi, anche se avevi male dappertutto.

Perché il bastone in legno della tua insegnante batteva sul parquet dell'aula in quel "cinque, sei, sette, otto" che significava ricominciare daccapo.
Quel rumore di due legni dalla forma e dal colore diversi ma così vicini nel chiederti di continuare, ritmavano la tua forza e la tua resistenza, soprattutto quando un ginocchio non era teso o il collo del piede non era inarcato alla perfezione sulle punte.


Ricordo come se fosse ieri il leggero tocco del bastone sul mio ginocchio che, volente o nolente, doveva tendersi.
E soprattutto, il rumore di quel legno scricchiolante, testimone di ore ed ore di duro lavoro.

Capita spesso di fare i conti con noi stessi, soprattutto in quei momenti in cui ci guardiamo allo specchio e non ci bastiamo più, e su di noi percepiamo il peso dei giudizi o delle opinioni che gli altri si fanno o si sono fatti sul nostro conto.

Sono quasi dieci anni che ho smesso di ballare, ma quella disciplina rigida che ha accompagnato il mio corpo in tutti quegli anni della mia crescita, è entrata a far parte di me.
La danza classica è come una religione.
E' regola, sacrificio, rigidità, disciplina.
Una disciplina che, se ti accompagna per dodici anni, è inevitabile che ti entri dentro e ti accompagni per il resto della tua vita, facendoti diventare inflessibile anche con te stessa nel tuo quotidiano.

Provate a guardare una ballerina, quando, con il suo tutù e le sue scarpette, balla in un teatro davanti ad un pubblico.
Sorride.
Non si vede il dolore, non si vede il sacrificio, non si vede la regola, non si vede l'inflessibilità.

Ma prima di salire sul palco, quella ballerina è alla sua sbarra nelle aule di una scuola di danza, con nelle orecchie l'eco del rumore del bastone della sua insegnante che ritma il "cinque, sei, sette, otto" di un nuovo inizio.
Lì si vede la disciplina che solo pochi percepiscono.
E comprendono.

Sul palco della vita, accade più o meno la stessa cosa.
Se una persona si mostra in un determinato modo, tutti la guardano così come appare.
Come quando guardi una ballerina su un palco, che danza e sorride.
E pensi di aver scoperto l'essenza.

Se poi fai lo sforzo di uscire da quel teatro e di ritrovarti in una scuola di danza, fatta di aule enormi con altrettanti enormi specchi che tutto rivelano e tutto tradiscono, percepisci cosa sia la vera essenza, anche se la ballerina è la stessa.
Ci vuole un sforzo immane per volteggiare sulle punte, lo stesso sforzo, forse, che si ha nell'affrontare la vera essenza delle persone.
Fermarsi all'apparenza significa vedere.
Attraversare quell'apparenza e cogliere il profondo, significa guardare.
Non solo negli occhi, ma nell'anima di una persona.

Non tutti sono così come appaiono: hanno bisogno soltanto di essere scoperti a poco a poco.
Perché la vita non è fatta solo di lustrini e di luci accese su un palcoscenico, ma soprattutto di un tempo che chiede di essere vissuto e che solo a pochi è concesso di vivere.
A chi ha il coraggio di sbirciare in quelle sale enormi con enormi specchi e di guardare cosa c'è dentro.

Anche se questo significa aspettare un "cinque, sei, sette, otto", prima di ricominciare.






mercoledì 2 febbraio 2011

Le risposte che contano

Domenica sera.
Chiudo la porta della mia casina e accendo la luce.
Butto la borsa sulla sedia e mi levo il giubbotto.
Poi sospiro, chiedendomi: ce la farò a fare tutto?

Lunedì sera, in treno.
La carrozza è quasi vuota.
Di fronte a me una signora sulla cinquantina.
Io studio.
Sulla copertina del mio libro c'è scritto: preparazione all'esame di stato per la professione di psicologo.
Sento addosso lo sguardo della signora e alzo gli occhi.
"Ma chi te la fa fare?" - mi chiede.
Sto per rispondere, ma non mi vengono le parole.

E il treno sta per arrivare a Firenze.

Martedì mattina.
"Pulzella, fra un po' te ne vai ma preparati che il futuro sarà duro!"
Grazie. Grazie davvero per l'incoraggiamento.
Ma temo di aver capito che la tua sensibilità si mangia e basta.

Mercoledì mattina. Cioè stamattina.
Una ragazza quattordicenne in lacrime. Non la smette più.
Guarda lui. Poi guarda lei.
Infine guarda me e mi dice: "la settimana scorsa mi hai detto che potevo stare tranquilla, hai visto invece?"
Apro e chiudo la mia penna.
"Anche tu la pensi come loro?" - continua.
Cerco di dirle qualcosa per rassicurarla.
"Anche tu! Anche tu sei come tutti gli altri, come tutti loro, anzi sei peggio, mi avevi promesso che andava tutto bene! Cattiva!"
Mi sento morire.
E vorrei piangere insieme a lei, andarle vicino, dirle che è per il suo bene.
Ma devo stare al mio posto.

Torno a casa e sospiro guardando alla finestra.
Ricordo un momento della mia adolescenza, quando non volevo tagliarmi i capelli.
Eppure ne avevano bisogno.
Erano troppo lunghi e pieni di doppie punte.
Dovevo tagliarli.
Mi avevano promesso che dopo sarebbero diventati più belli. E più forti, anche.
Ma io non ci credevo.
E in quel momento, quando la parrucchiera si mise a sforbiciare tutte le mie ciocche, la odiai con tutta me stessa.
Odiai lei, le forbici, i miei capelli, tutta la mia vita. In quel momento.
Ma poi...con il tempo, mi accorsi che quel taglio era davvero necessario.
I miei capelli diventarono più belli e più folti. E ridivennero di nuovo lunghi.
Senza quel taglio sarebbero rimasti brutti e sciupati, come tutto ciò che non si rinnova.
A volte abbiamo bisogno di tagliare qualcosa nella nostra vita, per poi, dopo un po' di tempo, vederla diventare più bella e più forte, come i capelli dopo un nuovo taglio, anche se quel momento ci sembra il più terribile da vivere.


Non sono cattiva. Loro, soprattutto, non lo sono.
Un giorno lo capirai.

"Se io potrò impedire a un cuore di spezzarsi,
se allevierò il dolore di una vita o guarirò una pena
o aiuterò un pettirosso caduto a rientrare nel nido,
non avrò vissuto invano."
Emily Dickinson

Sorrido.
Signora, forse ora sono capace di darti una risposta.