domenica 26 luglio 2009

Momenti di ordinaria...follia


Sabato sera. Ore 18:00. Allegra rinuncia al suo jogging serale per preparare un dolce.
E’ la prima volta che lo fa. Mamma Allegra, contenta, si meraviglia di questo suo gesto.
“ Mamma è giusto che io mi metta alla prova, voglio imparare a cucinare tutto e bene”.
Si sa, le mamme sono lungimiranti, e con una sola occhiata, capisce quale sia “il vero desiderio” della sua figliola.
Ma questa è un’altra storia.
Allegra decide di preparare il tiramisù, che non ha niente di difficile se non riuscire a formare un impasto “senza grumi”.
Savoiardi, mascarpone, uova, zucchero, caffè, cacao, cioccolata fondente. Una pirofila, due ciotole, sbattitore, macchinetta del caffè.
“Vuoi che ti aiuti?” – dice mamma Allegra.
“No no…faccio io faccio io”.
Ore 18:20.
Mette la macchinetta del caffè sul fuoco e inizia a lavorare
Allegra monta i bianchi a neve e li mette in frigo. Lavora i rossi con lo zucchero facendo attenzione a non far formare grumi.
Toglie la macchinetta del caffè e ne versa il contenuto in una ciotola.
Poi aggiunge il mascarpone, lavora ancora l’impasto, aggiunge parte dei bianchi, fino a quando la sua creatura non raggiunge una consistenza bella soda. Cantando “Il cielo in una stanza”, bagna i savoiardi col caffè e li dispone in vari strati nella pirofila coprendoli con l’impasto, una spruzzata di cioccolato in polvere e una gratuggiata di cioccolato, fino ad esaurire tutti gli ingredienti.
Soddisfatta del lavoro chiede a sua madre di assaggiare un savoiardo bagnato di caffè riempito con tutto l’impasto.
Lo so lo so…non è il massimo…ma Allegra doveva sapere!!!
Cuore di mamma non può che dare l’Ok…ma fidatevi…mamma Allegra dà pane pane e vino al vino anche quando si tratta dei suoi figli.
Ore 19:45. Tiramisù in frigo, Allegra va a farsi una doccia e si veste.
Ore 20:30. La casa di Allegra si prepara a ricevere degli ospiti.
Niente di speciale, solo due coppie di zii che vogliono salutarla, le sue due cugine preferite, il cugino venuto da Mantova che se non fosse per il sangue l’avrebbe già sposata…e un’altra ospite da poco conosciuta.
Per la cena, mamma Allegra aiutata da Allegra ( non c’erano dubbi!), prepara piatti buonissimi che vengono gustati tra una chiacchierata e l’altra.
Ore 23:00. Arriva il momento del dolce.
Fratello Allegra tira fuori il tiramisù.
“
Questo bisogna finirlo prima di tutto perché l’ha fatto mia sorella…. E’ la prima volta, quindi ognuno deve dire se è davvero buono così vediamo se può diventare una donna perfetta”.
Allegra fa una smorfia a suo fratello mentre tutti gli altri si apprestano a riempirsi il piatto.
Non aspettano il turno di nessuno, ma iniziano a muovere la bocca ed a sorridere.
Buono. Bella di nipote brava. Anche se sono a dieta me ne prendo un’altra porzione. Hai capito brava.
Solo una persona resta in silenzio, ma la sua porzione di tiramisù finisce velocemente nel suo stomaco per allietarlo.
Allegra non le dice niente, ma continua a parlare con la sua cugina.
Mentre papà Allegra e zii Allegra si alzano per fumare, cugino Allegra esordisce:
“ Ma tu non hai detto niente, com’era il tiramisù?” – rivolgendosi all’ospite “muta”.
Cala il silenzio nel soggiorno, nemmeno stessimo aspettando il verdetto della prova del cuoco!
“ C’erano dei piccoli grumettini…uhm…” – risponde con nonchalance.
Fratello Allegra diventa tutto rosso (vorrei anche vedere!), mamma Allegra mi guarda, papà Allegra mi lancia un’occhiata come per dire: ma non ti preoccupare!, cugini Allegra si grattano una l’orecchio, l’altra la guancia, l’altro i capelli, e zii Allegra scuotono leggermente la testa.
Peccato mancasse all’appello cane Allegra. Nessuno avrebbe osato immaginare la sua azione.
Ore 23:30. Allegra si schiarisce la voce.
" Peccato non ne sia rimasto nemmeno un pò, altrimenti avrei cercato di eliminare 'i piccoli grumettini' con il cucchiaio...".
L’ospite sorride e abbassa gli occhi.
Allegra sorride e tiene alto lo sguardo.
“Signori si nasce” – diceva Totò.
Non so quanti ce ne siano di “signori” nel mondo, ma di sicuro nella lista non compare la mia ospite.
Perché a parte tutto, il mio tiramisù non era niente male.

giovedì 16 luglio 2009

Voce del verbo aspettare


C’erano una volta Attesa e Ritorno.
Una leggenda narra che le anime degli innamorati vivono nel firmamento in un unico spirito per poi separarsi alla nascita, aspettando d’incontrarsi nel cammino della vita per formare nuovamente un’anima sola.
Così accadde ad Attesa e Ritorno.
Attesa non era simpatica a molti, ma nonostante questo tutti l’avevano incontrata almeno una volta nella vita, essendo lei spesso presente soprattutto nei momenti importanti.
Ritorno, invece, era sempre accolto da tutti con benevolenza, sempre ammirato e corteggiato.
Le dimore di Attesa e Ritorno erano situate su due punti distanti perfettamente posizionati ai due estremi di una lunga strada.
Tutte le volte che Attesa cercava una scorciatoia per raggiungere la dimora di Ritorno, la strada sembrava allungarsi ancora di più.
Ogni notte Attesa accendeva una stella, per dare luce al suo cammino e per segnare le sue tappe.
Si amavano, l’uno non poteva esistere senza l’altro.
Si nutrivano a vicenda: Attesa viveva di Ritorno, Ritorno viveva di Attesa.
Prima di dividersi, Ritorno le chiese:
tu mi ami, vero?
Attesa lo guardò e non rispose.
Ritorno continuò:
te lo leggo negli occhi.
Allora Attesa disse:
se mi leggi questo, saprai anche che ogni stella che accendo per te ogni notte è la mia vita che metto nelle tue mani, che diventa più breve mano mano che ti avvicini.
Ritorno rispose:
è per questo che vivi ed io vivo, perché è solo quando ti guarderò di nuovo tu sarai mia e noi due saremo una cosa sola.
Giorno dopo giorno, nel corso degli anni Attesa passò le sue notti ad accendere le stelle, una diversa in ogni notte, finchè in una di queste, provata da sé stessa, decise che avrebbe abbassato lo sguardo e che sarebbe andata via.
Proprio in quel momento, nel buio della notte, si accese una stella che allungò le sue cinque punte fino a quando non si staccarono una ad una.
Attesa spalancò gli occhi e vide il nero della notte tingersi di cinque splendenti bagliori formando cinque parole: “ Attesa non andartene via. Ritorno.”

sabato 11 luglio 2009

Un'andata è già un ritorno...



Ho cominciato ad odiare gli addii all'età di sedici anni, quando ho smesso di ballare.
E' stato come tagliare un secondo cordone ombelicale.
Mai più correre per non arrivare tardi alle lezioni, mai più toccare quella sbarra per afferrare sogni, mai più arrabbiarsi con la stanchezza sentendo urlare un "di nuovo" dall'insegnante.
Un taglio netto.
Il sipario si chiude.
E si apre un diario.
Pagine vuote, come la scena di un palcoscenico che più non mi appartiene.
La punta di una penna, come quella di una scarpetta chiusa in un baule.


Oggi, la mia mano dona forma ad un nuovo addio.
Ad un posto che per cinque anni mi ha accolto e protetto nella sua grandezza.
Che ho amato ed odiato nella sua quotidianità.
Che mi ha formato e fatto crescere più di quanto io credessi possibile.

"Lo straordinario risiede nel cammino delle persone comuni"
Paulo Coelho


Io l'ho sperimentato...e so che non mi basteranno tutti gli anni che Qualcuno sta scrivendo insieme a me, per raccontare "quanto si cresce" lontani da casa, giorno dopo giorno, sacrifici dopo sacrifici, pensieri dopo pensieri, respiri affannosi dopo respiri affannosi.
Da un bottone che cade al cucinarsi un piatto caldo, dal pulire la stanza allo sbrigare le pratiche necessarie, dal saper prendere le piccole grandi decisioni all'infilare la chiave nella toppa e a respirare una stanza vuota.

Cresci e neanche te ne accorgi.
Diventi donna e ancora per strada alcuni ti scambiano per una bambina.


Se è vero che "lo straordinario risiede nel cammino delle persone comuni", posso dire di aver respirato questo "straordinario" negli occhi e nei cuori di chi ho avuto accanto per questi cinque significativi anni, e che porterò per sempre nle cuore.
Se otto anni fa ho imparato ad odiare gli addii, oggi mi scopro ad amarli, trasformandoli in un arrivederci.
Si apre per me un nuovo scenario, lontana da casa e lontana dal posto in cui ho vissuto in questi cinque anni.
Lontana, ma vicina nei ricordi e nel mio "arrivederci".
Questo post è dedicato alle amiche che in questi anni hanno vissuto insieme a me "gomito a gomito", che come me hanno girato la chiave nella toppa a volte stanche e a volte affannate, a volte felici e a volte con una lacrima da asciugare, a volte soddisfatte ed altre con una smorfia sul viso.
A volte in solitudine e a volte con la voglia di bussare alla porta accanto prima di infilare la propria chiave.
Ed in più, a tutte le persone che con un sorriso ed una parola gentile, hanno reso migliori le mie giornate.

Grazie, dello "straordinario" che avete regalato alla mia vita.




venerdì 3 luglio 2009

Prima e dopo...


Capita a volte di scrivere una lettera a qualcuno.
La sera prima di addormentarti, decidi di scriverla
Il mattino dopo, tra una tazza di latte e i biscotti, pensi alle parole da buttare fuori.
Poi, dopo aver sgomberato il tavolo, prendi un foglio, quello che sembra il più bianco, una penna, la tua preferita, il tuo cuore, quello che senti battere, la tua mente, quella che percepisci a volte stanca, la tua mano, quella che ti segue come un’ombra, il desiderio misto a bisogno, quello che ti spinge a riempire il foglio.
Scrivi, nemmeno tu sai dove arriverai.
Scrivi anche se sai che non vuoi dire proprio quelle parole.
Scrivi anche se non vorresti mai fossero lette.
Un nome, un aggettivo, un verbo, un articolo, un pronome, una virgola, puntini sospensivi, ancora un nome, una sensazione, un altro aggettivo, ancora un verbo, un punto e virgola, puntini sospensivi, ancora una volta un nome.
Poi un punto.
E finalmente respiri.
Rileggi e fai una smorfia.
Posi la penna, che ormai è quasi finita, pieghi il foglio, che ormai non è più così bianco, metti una mano sul cuore, che sta battendo sempre più forte, sfiori la tua mente con i pensieri, e la senti più stanca di prima, guardi la tua mano, e capisci che è un po’ affaticata, sgomberi di nuovo il tavolo, percepisci il desiderio misto a bisogno, e comprendi che forse la sua spinta non è poi così forte.
Finalmente respiri, e ti accorgi che niente è più come prima.
L’impulsività può spingerti a fare azioni che la riflessività bloccherebbe.
E viceversa.
Prima sai che è così…senti di fare questo.
Dopo sai che è diverso…senti di fare quest’altro.
Susanna Tamaro scrive:

“Quando di fronte a te si apriranno tante strade e non saprai quale prendere, fermati e aspetta.
Respira, aspetta e aspetta ancora.
Poi, quando senti parlare il tuo cuore,
ALZATI
e vai dove ti porta lui”.

Ad ognuno di noi credo sia capitata almeno una volta nella vita una cosa del genere.
Tutto questo, forse, c’insegna che non basta ascoltare il cuore, ma SAPERLO fare.
“Respira, aspetta e aspetta ancora”.
Hai rimesso la penna nell’astuccio, hai sentito il tuo cuore regolarizzarsi, hai percepito la mente in uno stato di calma, hai messo la tua mano in tasca, hai riempito il tavolo di altre novità, hai sentito quietarsi il desiderio misto a bisogno.
Infine, hai piegato il foglio e lo hai conservato in un cassetto insieme a tanti altri.
La via di mezzo tra l’impulsività e la riflessività sta nel saper ascoltare il cuore.
Non nella stanchezza della mente, non in una penna confidente, non nel desiderio impaziente, non nella mano compiacente.
Ma in un respiro paziente.
“Respira, aspetta e aspetta ancora”.

giovedì 25 giugno 2009

Grazie perchè...


Quando i giorni sono difficili, sembra facile cadere giù.
Quando invece sono facili, sembra difficile che non cambino forma.
E’ stata una settimana molto tesa e un po’ pericolosa, una di quelle in cui ogni respiro si intreccia ad una prova da superare, ad una persona da fronteggiare, ad una mancanza di concretezza da ricercare.
Una settimana in cui, dopo l’ennesima via storta, pensi solo alla fortuna che hai di tornare nella tua stanza, sfogarti con qualcuno, dormire ( poco) e ricominciare tutto da capo il giorno dopo.
Possono esser tanti i motivi per cui una settimana può risultare davvero difficile da vivere, e lo sono stati.
Questo post è un ringraziamento per gli amici che ho stressato, che mi hanno ascoltato e dato la spinta per andare avanti.
Ho conservato questi giorni per dare a me la possibilità di rispolverarli quando nella vita mi troverò ad affrontare simili ed anche più grandi difficoltà, per ricordare che al mondo esistono sguardi che ti sanno leggere dentro e non solo guardarti gli occhi e parole che diventano gesti d’aiuto e non solo lettere prese a prestito da un dizionario per l’occasione. Non faccio i vostri nomi…perchè sapete, uno ad uno, che vi dico GRAZIE nel più profondo e più prezioso significato.

venerdì 12 giugno 2009

Corso di Formazione "Movimento per l'Infanzia"

Sabato 13 giugno ultima lezione del corso di formazione
" Aspetti psicologici e giudiziari nella tutela del bambino" indetto dal Movimento per l'Infanzia di Firenze.
La lezione tratterà il tema dei FALSI RICORDI con la presentazione di diversi studi nazionali ed internazionali.
Relatori: avv. Andrea Coffari e la sottoscritta.

mercoledì 10 giugno 2009

Tu che forma sei?


Se allunghiamo le dita della nostra mano, esse si legano una ad una per formare un cerchio perfetto.
Con un inizio ed una fine.
Ma se allentiamo la presa, il cerchio si sfalda e dà vita ad innumerevoli forme che non riusciamo a decifrare né a nominare.
La vita è tutta qui.
In un cerchio che si chiude perfetto, quando tutto si compone a meraviglia.
In innumerevoli e indecifrabili forme, quando la vita stessa non conosce modi e tempi per mostrarsi diversa.
Noi siamo il silenzio, quando lasciamo che quel cerchio assuma la forma che vuole.
Noi siamo il rumore, quando non diamo alla vita la possibilità di far ascoltare la sua voce.
Noi siamo un libro lasciato in un posto sicuro, quando non sappiamo fare altro se non dare a qualcuno la possibilità di conoscere una storia.
Noi siamo i petali di una rosa che cambia il suo profumo e che invecchia senza perderlo tra le pagine di un diario nascosto chissà dove.
Noi siamo le illusioni da cui spesso vogliamo guarire, per paura di perdere quella forma che tiene unite le dita di una mano.
Noi siamo la pretesa di non voler nessuno accanto e al contempo il bisogno di confrontarci sempre con l’altro.
Siamo la paura di non capire la forma che sta assumendo la nostra vita, e per questo diventiamo bambini, figli dei più folli capricci.
Ma se proviamo a lasciar libera la mano, senza forzarla in forme circoscritte o in cerchi perfetti, scopriremo che è quella la forma fatta apposta per noi.
Magari domani sarà diversa, perché noi saremo diversi, pur avendo la stessa carne e lo stesso respiro.
Siamo noi la libertà di essere quello che vogliamo essere.
Come le dita di una mano che raccontano una storia che non morirà mai.
Perché libera, come la tua.

E perchè è solo sfogliando quella storia che capirai che non esiste e non esisterà mai una mano come la tua.